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                <journal-title>The Medieval Review</journal-title>
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            <issn pub-type="epub">1096-746X</issn>
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                <publisher-name>Indiana University</publisher-name>
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            <article-id pub-id-type="publisher-id">22.09.05</article-id>
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                <article-title>22.09.05, Alexandre-Bidon et al (eds.), Le vêtement au Moyen Âge</article-title>
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                        <surname>Alessia Meneghin</surname>
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                    <aff>Università degli Studi di Bergamo</aff>
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                        <email>alessia.meneghin@unibg.it</email>
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            <pub-date publication-format="epub" date-type="pub" iso-8601-date="2022">
                <year>2022</year>
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                        <surname>Alexandre-Bidon, Danièle, Nadège Gauffre Fayolle, Perrine Mane, and Mickaël Wilmart, eds</surname>
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                <source>Le vêtement au Moyen Âge: De l'atelier à la garde-robe</source>
                <series>Culture et société médiévales</series>
                <year iso-8601-date="2021">2021</year>
                <publisher-loc>Turnhout, Belgium</publisher-loc>
                <publisher-name>Brepols</publisher-name>
                <page-range>Pp. 342</page-range>
                <price>€85 (hardback)</price>
                <isbn>978-2-503-59008-0 (hardback)</isbn>
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                <copyright-statement>Copyright 2022 Trustees of Indiana University. Indiana University provides the information contained in this file for non-commercial, personal, or research use only. All other use, including but not limited to commercial or scholarly reproductions, redistribution, publication or transmission, whether by electronic means or otherwise, without prior written permission of the copyright holder is strictly prohibited.</copyright-statement>
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        <p>Uno dei molti punti di forza di <italic>Le vêtement au Moyen Âge: De l’atelier à la
                garde-robe </italic> risiede nell’aver raccolto saggi che fanno un uso esemplare del
            metodo interdisciplinare, utilizzando fonti narrative e documentarie, insieme ad altre
            di provenienza archeologica, museologica, e iconografica, senza tralasciare il prezioso
            apporto del media cinematografico. L’opera nel suo complesso fornisce una meravigliosa
            introduzione alla cultura materiale del vestiario nel Medioevo prima e dopo la peste
            nera e un ulteriore spunto per scrivere sulle complesse interazioni tra le persone, il
            loro ambiente materiale e il loro rapporto con le apparenze. Ai curatori va il merito
            aggiuntivo di aver incluso anche argomenti insoliti, ma certamente molto importanti,
            come: la rappresentazione del diverso, del socialmente eterodosso come poteva esserlo lo
            stregone o la strega; la questione, sempre più attuale, del recupero, anche attraverso
            abiti dismessi e trasmessi di generazione in generazione, di stoffe e indumenti ancora
            utilizzabili; il Medioevo “cinematografico”; gli abiti degli animali. Grazie anche a una
            nutrita e curata bibliografia, il lettore non esperto ma curioso si troverà in ottima
            compagnia di autori colti e potrà semplicemente attingere alla ricchezza di dati qui
            presentati o farsi guidare dalle suggestioni fornite dagli spunti tematici. Il lettore
            specialista invece apprezzerà il livello di dettaglio espresso da analisi puntuali e
            informate. </p>
        
        <p>Di contro, uno dei limiti di questo libro è quello di rivolgersi a un pubblico
            principalmente francofono; aspetto tanto più evidente anche nella scelta di tralasciare
            la citazione di essenziali studi pubblicati in inglese, nonché quelli pubblicati da case
            editrici olandesi, spagnole, tedesche, e italiane, praticamente assenti, eccezion fatta
            per alcuni riferimenti obbligati.</p>
        
        <p>Nel senso più generale, <italic>Le vêtement au Moyen Âge: De l’atelier à la garde-robe
            </italic> si inserisce in un filone di studi storici che si occupa dello sviluppo delle
            abitudini vestimentarie dell’uomo e della donna medievale in relazione al cambiamento
            delle abitudini di consumo e degli standard di vita sullo sfondo delle profonde
            modificazioni che interessarono l’Europa nei secoli del Medioevo. L’approccio è stato
            ispirato dai lavori di sociologia, storia economica e, in ultimo, storia del costume che
            a partire dalla metà del Novecento e con sempre maggior fervore verso la fine del secolo
            si sono impegnati in uno sforzo di dialogo collettivo e fruttuoso sul tema del vestiario
            e della moda, e di tutti quegli aspetti e fattori come la produzione, la
            commercializzazione, il consumo ecc. </p>
        
        <p>Dopo l’ottima introduzione di Gauffre Fayolle, che opera un’efficace sintesi della
            complessità e della varietà degli studi, sul costume e sugli accessori d’abbigliamento,
            che si sono succeduti a partire dalla seconda metà del XIX secolo essenzialmente in
            ambito francofono, seguono quindici corposi saggi che affrontano questi temi, articolati
            in quattro macrosezioni: I. “À la recherche de la matière”; II. “Le vêtement: Production
            et circulation”; III. “Codification, trangression, usages sociaux”; IV. “Imaginaire,
            héritage et réinteprétations”. </p>
        
        <p>La prima sezione richiama i classici lavori di Sapori sul mercante medievale ma anche
            quelli di Braudel, di Cardon sui tessuti e naturalmente di Piponnier sugli strumenti del
            credito, l’attività commerciale nonché i prodotti offerti dai mercanti. Il primo saggio
            di Wilmart, dedicato a un’attenta analisi delle stoffe che tra il XIII e il XIV secolo
            circolavano nella regione della Champagne, riprende un tema d’indagine classico della
            storia economica, quello dedicato alle fiere che sei volte l’anno, a Lagny e
            Bar-sur-Aube e a Provins e a Troyes garantivano la continuità delle transazioni. In una
            sezione dedicata interamente ai tessuti e ai drappi di varie fogge e colori, il saggio
            dialoga in maniera convincente con gli altri contributi, come per esempio quello di
            Rousselot-Viallet nel quale l’attività del mercante di drappi viene fatta rivivere per
            mezzo di un uso molto sapiente di modelli iconografici in voga tra il XIII e il XV
            secolo. Sebbene quella sulla seta sia un tipo d’indagine molto frequentata dalla
            storiografia, soprattutto in riferimento alle pratiche commerciali (Franceschi,
            Goldthwaite) e alle produzioni lucchesi e veneziane (Del Punta e Molà), il lavoro di
            Desrosiers in questa sezione si distingue per una metodica attenzione agli aspetti
            tecnici del materiale in esame, che viene utilizzato come una vera e propria fonte. Di
            contro, sappiamo bene quanto siano rari i documenti che permettano di operare una
            descrizione completa del guardaroba di mercanti medievali o della prima età moderna (un
            caso a tutti noto è quello di Matthäeus Schwarz, il contabile di casa Fugger, che ci ha
            lasciato un libro che racchiude la descrizione e la rappresentazione iconografica dei
            137 costumi da lui indossati durante la sua esistenza, analizzato e studiato da Ulinka
            Rublack). Qui, anche se l’uso di un inventario non inaugura certo una metodologia
            originale, il lavoro di Houssaye Michienzi e Lassalle consente tuttavia di approfondire
            questioni legate alle diverse componenti del guardaroba di un mercante fiorentino
            (Giovanni Maringhi) espatriato a Costantinopoli, e alle fogge, e ai colori, da lui
            adottati. </p>
        
        <p>Del resto, quella della rappresentazione di un personaggio più o meno illustre, o di una
            casata nobiliare o di una famiglia regnante attraverso la scelta di abiti scelti per
            l’occasione è una linea di ricerca consolidata, qui ben rappresentata anche dal saggio
            di Gauffre Fayolle che inaugura la seconda sezione. Che la cultura materiale, e con essa
            le professioni destinate alla realizzazione di capi di vestiario e accessori, possa
            essere indagata a tutto tondo grazie agli apporti comparativi dell’archeologia,
            dell’antropologia e della storia non è, ancora una volta, tema innovativo ma il bel
            saggio di Mane consente di ampliare il discorso anche avvalendosi di un approccio
            iconografico variegato, pregevole e di tutto rispetto. Discorso analogo merita il pezzo
            di Jolivet dedicato ai cappelli e ai copricapi dei Duchi di Borgogna. Tema questo
            abbondantemente frequentato dalla storiografia francese (dalla stessa Jolivet, e per
            l’età moderna da Gaumy), ma che in questo saggio riflette una scelta molto indovinata
            che è quella di utilizzare la contabilità ducale in relazione alla fonte iconografica
            per indagare su un particolare capo di vestiario, molto à-la-page presso i Duchi di
            Borgogna, che non rifletteva solo il gusto personale del signore ma anche precise
            identità politiche. Molto interessante in questa sezione è il saggio di Kucab, che
            riesce a ricreare quello che era l’ambiente quotidiano del vestiario, non soltanto nei
            canali più esplorati dalla storiografia, come la produzione, l’uso e il consumo, ma
            anche nella sua circolarità, consentita per esempio dal passaggio dell’abito di mano in
            mano. </p>
        
        <p>Nella terza sezione compaiono contributi su aspetti noti ma comunque degni di
            considerazione come il particolare rapporto tra la tipologia vestimentaria in uso e
            l’apparato della legislazione suntuaria adoperato nella Firenze tardo medievale
            (Klapisch-Zuber), e la tassonomia e l’etimologia dei colori nelle fonti medievali
            (Pastoreau). Essi anticipano il contributo di Alexandre-Bidon sugli abiti degli animali.
            Saggio illuminante e degno di nota, poiché opera lo sforzo non convenzionale di
            allontanarsi dalla tradizionale trattatistica sui bestiari medievali per utilizzare in
            maniera critica e convincente dati archeologici e iconografici tra i quali spiccano
            naturalmente quelli dei <italic>Libri d’Ore</italic>, combinati con fonti cronicistiche,
            per discutere del tema dell’abito connesso indubbiamente al simbolismo animale ma anche
            culturale legato a modelli aristocratici e cortesi. </p>
        
        <p>Nell’ultima sezione il saggio di Gelly-Perbellini, che analizza l’abito legato al
            fenomeno della stregoneria attraverso le lettere di remissione del Trésor des Chartes,
            riprende in mano vecchi temi che furono cavallo di battaglia già di Roland Barthes,
            quali la sociologia dell’abito e la semiologia della moda. Se secondo Barthes attraverso
            la moda la società si metteva in mostra e comunicava ciò che pensava del mondo, il
            saggio di Gelly-Perbellini sembra convincentemente suggerire che il multiforme e
            poliglotta universo semantico vestimentario del Medioevo, che si formava e si riformava
            senza sosta, era il collettore di esperienze e allo stesso tempo il luogo metaforico
            originario da cui scaturivano credenze radicate nel pensiero tanto individuale quanto
            collettivo. In altre parole, sostiene l’autore, quando Barthes rifletteva sul coprirsi,
            o sul denudarsi, quando egli parlava di esibizionismo e/o, di contro, di vergogna, non a
            caso era all’identità e ai suoi mascheramenti che alludeva: in altre parole l’indumento
            esprimeva la profondità o di contro la perversità della psiche di chi lo indossava ma
            anche di chi lo guardava indossato. Nel caso delle streghe oggetto di esame nel saggio
            l’espressione del loro apparato vestimentario era realmente considerata essere
            l’equivalente del contenuto. Sulla scia di Piponnier, Mane ma soprattutto Pastoreau,
            Gelly-Perbellini evidenzia come l’abito fosse un fattore e un veicolo privilegiato anzi
            per segnalare la devianza (vera o supposta) e per manifestare la marginalità. </p>
        
        <p>Nel saggio che segue invece, ci spostiamo in avanti di qualche secolo: Valantin
            contribuisce a fare luce sulla diffusione del concetto di Medioevo nel periodo di
            revival di quello che fu considerato il Medioevo gotico nel XIXe secolo. Apprendiamo
            come attraverso la creazione di sete e tessuti preziosi presso le manifatture lionesi,
            il Medioevo non fu tanto studiato e apprezzato in rapporto alle testimonianze testuali o
            archeologiche, ma in relazione a una realtà immaginifica, sognata, desiderata, argomento
            che in fondo è al centro del dibattito anche negli ultimi due saggi, dedicati al
            Medioevo nel cinema. Infatti essi rientrano nel filone che ha fatto della trattazione
            cinematografica del Medioevo un argomento di interesse negli ultimi anni per storici del
            calibro di Natalie Zemon Davis. Inoltre a questo filone è stato riservato un certo
            spazio anche dai palinsesti e dai programmi di importanti convegni internazionali di
            area anglosassone come l’IMC dell’Università di Leeds (Regno Unito) e l’international
            Congress of Medieval Studies di Kalamazoo organizzato dalla Western Michigan University
            (USA). I due saggi, opera di Passot e Chanoir, mettono ben in evidenza come uno dei
            concetti chiamato in causa da tutte queste rivisitazioni sullo schermo di personaggi e
            avvenimenti storicamente più o meno identificabili siano l’anacronismo e l’ignoranza;
            essi giocano spesso un ruolo preponderante nel riproporre cinematograficamente modelli
            che sono cronologicamente ‘sbagliati’ poiché situati al di fuori o al di là dell’epoca
            in cui tali personaggi realmente vissero, nel tentativo di soddisfare dei modelli
            ancorati all’immagine distorta presente nell’immaginario collettivo. In questo modo
            l’allusione al Medioevo è asservita totalmente alla logica dell’estetica, mediante l’uso
            di un simbolismo contemporaneo che interpreta il passato in modo illusorio e
            filologicamente inesatto. Non sorprende che la discussione tra gli storici si concentri
            quasi esclusivamente sui film cosiddetti “seri,” che fanno un tentativo ponderato di
            ricostruzione del passato. Ma il Medioevo del cinema è invece spesso specializzato nel
            mito, nello spettacolo e nell'avventura in contesti di potenza psicologica. Per quanto
            si scelga di considerare questi come mondi d’avventura o d’evasione, sembra comunque
            importante che il pubblico possa credere che siano esistiti. Il Medioevo cinematografico
            rappresenta il modo in cui infatti molte persone pensano realmente a quella parte della
            loro storia, e, non dimentichiamolo, il Medioevo continua a essere un motivo
            cinematografico popolare. </p>
        
        <p>Nel complesso, nonostante questo sia un libro immensamente suggestivo e gratificante sul
            rapporto tra persone e abiti in Europa (e principalmente in Francia) tra il XIII e il XV
            secolo, gli autori presentano i loro risultati in modo per lo più fattuale, astenendosi
            dall’utilizzare ‘nuovo’ materiale primario che non rientri nella categoria di fonti già
            ampiamente utilizzate per le analisi di questo tipo, come gli inventari, i libri
            contabili, le leggi suntuarie, anche se le fonti impiegate sono ben inquadrate e
            storicamente problematizzate. Questo ha certamente dei vantaggi epistemologici, nel
            senso che arricchisce il panorama già nutrito di casi di studio pubblicati negli ultimi
            decenni sui materiali, le fiere, i circuiti commerciali, i mestieri della moda, così
            come è delineato negli studi di settore, ma non fornisce una nuova prospettiva--data da
            una nuova tipologia di fonti presentata o da un approccio comparativo--al senso della
            ricerca effettiva che sta dietro alle conclusioni qui offerte. Manca quindi il
            tentativo, da parte di questo peraltro pregevole volume, di guardare oltre, sia
            geograficamente che tematicamente, e così approfondire con un approccio fresco e meno
            dogmatico un campo dove, come del resto scrive nell’introduzione uno degli stessi
            editori, “les enquêtes autour du vêtement médiéval ont une longue histoire et encore
            beaucoup d’avenir.”</p>
    </body>
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