SAGGIO STUDI FILOLOGICI E CRITICI DOTTOR CARLO GIAMEELLI PINEROLO TIPOGRAFIA DI GIUSEPPE CKIANTORL MDCCCLXIX SAGGIO Df STUDI FILOLOGICI E CRITICI DEL y DOTTOR CARLO CtIAMBELLI 5 PINEROLO TIPOGRAFIA DI GIUSEPPE CHIANTORE MDCCCLXIX R 9 AL SENATOR ATTO VANNUGGI DEI CLASSICI DOTTO INTERPRETE FEDELE STORICO ERUDITO NOBILE SEVERO SCRITTOR ELEGANTE E SAPIENTE A LUI CHE NARRÒ LE GLORIE NOSTRE ANTICHE E I MARTIRI NOSTRI ETERNÒ CON DEGNO STILE QUESTI GIOVANILI STUDI SUOI DEDICA L'AUTORE AVVERTIMENTO Prima che si emetta un giudizio qual- siasi, desidero, che questo Saggio si legga per intero. Lo scrissi nei momenti, dopo la morte de miei Genitori, più dolorosi della mia vita; e di grande conforto mi fu lo scrivere, poiché esso insieme colla savia parola d'alcuni uomini illu- stri e generosi e nobilissimi sollevò la mente mia dalia tristezza, che mi afflig- geva. Scrissi coli 1 intendimento di unire lo studio di tre scienze severe, la Filologia, la Storia e la Filosofia , le quali dal Vico vennero insieme colle altre tutte in modo stupendo congiuntamente trat- tate. Ne creda il lettore, che io mi vo- glia paragonare a quel Divino; cono- sco abbastanza le mie forze per non cadere in tale ridicolaggine. Dico, che ho fatto un Saggio; ho voluto tentare di unire nel principio universale e notis- simo della Natura le leggi appartenenti all'ordine fisico, intellettuale e morale; ho considerato il pensiero in se (idea, logica), nella sua espressione per mezzo della parola (vocabolo, filologia), e nella sua traduzione in atto (storia, critica e filosofia della storia). Al difetto di caratteri greci il valente tipografo, quasi per compenso, usò gran diligenza nelle correzioni, perchè Vopu- scoletto, il più che si potesse, uscisse emendato; e questo in lavori sì fatti non è picciolo pregio. Qualunque giu- dizio abbiasi a pronunziare, spero, si dirà, che, in mezzo alle molteplici mie cure, io non consumo in ozio i miei dì: questa lode mi basta. Pinerolo, 26 agosto, 1869. Dottor Carlo Giambelli. Jua Filologia, studio e filosofìa delle lingue , che altamente stimavano gl'indiani presso i popoli antichi ed ora coltivano con amore i tedeschi sopra tutte le nazioni moderne, reca grandissimi vantaggi , di cui tratterò qui brevemente. E in primo luogo , giova alla profonda cognizione della propria lingua e dei dialetti , come insegna l'eruditissimo Flechia , professore di filologia comparata nell'Università di Torino; è l'unico mezzo per conoscere la ragione di certi fenomeni lin- guistici, che male si saprebbero altrimenti spiegare. E il conte G. Galvani, dottissimo i — 2 — uomo , dimostra nel suo libro Delle genti e delle favelle loro in Italia , come lo studio della lingua latina e de' dialetti italici an- tichi e moderni ci spieghi la formazione della lingua di Virgilio e di quella di Dante. Inoltre giovano gli studii filologici alla storia, massimamente per ciò che riguarda le origini dei popoli, le loro parentele, le invasioni , le occupazioni e le conquiste. Quanti progressi abbia fatto da sessantanni in qua la scienza archeologica e l'etnolo- gica da poi che si conobbe il sanscrito , si seppero leggere e interpretare i geroglifici , e quanti ne possa fare ancora la storia del- l'Italia antica , quando si trovi il modo di leggere quelle due mila e più iscrizioni etrusche, ancora inesplicabili, ciascuno che sia mediocremente erudito , sa e intende. Anche la stessa scienza grammaticale ha dalla filologia maggior luce e maggior si- curezza di se che per l'innanzi : citerò due soli fatti. « Basta prendere in mano una delle comuni grammatiche latine per vedere, come alla gioventù s'insegna, che col verbo di stato i nomi della prima e seconda decli- nazione nel singolare si mettono nel caso - 3 — genitivo , quelli delle altre declinazioni e tutti i plurali nel caso ablativo, quasi che il verbo di stato fosse un gran signore, il quale secondo le stagioni muta residenza. Perfino gli antichi grammatici espressero meglio questa regola dicendo, che Yadver- bium loci, nel primo di questi casi, era uguale al genitivo , nell'altro all'ablativo. La linguistica comparata risponde in modo semplice, che tutte le lingue della famiglia indo-europea anticamente possedevano il caso locativo e di questo si sono appunto conservati alcuni avanzi tanto in greco, quanto in latino • (G. Curtius Commento alla Grammatica greca, Lraduz. del Prof G. Mùller). Quintiliano cita queste tre voci usate dagli antichi latini: Burnus , Bruges, Belena , per Pyrrhus, Phryges, Helena ; per ispiegare que- sti usi convien ricorrere alla filologia. Ma queste sono cose vane, dicono gli avversarli , eppure in queste vanità si occupava anche Cicerone, e noi siamo intimamente persuasi, che se non si studia profondamente la pro- pria lingua in questo modo, si pronunzie- ranno sempre delle bestemmie intorno ad essa. La nostra leggerezza , che ci rimpro- — 4 — verano gli stranieri eruditi , la nostra su- perbia , il nostro soverchio amor proprio ci fa dispregiare queste cose che noi chia- miamo minute; ma fortunatamente non tutti la pensano così, e neppure tutti quelli che appartengono ad un'altra età, la pen- sarono in questo modo ; sono dottissimi uomini, che da giovani essi pure alzarono la voce contro Fuso predominante. Giambattista Vico ne' suoi Principii di scienza nuova ha questa degnila: « le lingue debbono aver incominciate da voci mono- sillabe , come , nella presente copia di par- lari articolati, nei quali nascono ora i fan- ciulli , quantunque abbiano mollissime le fibre dell' istrumento necessario ad artico- lare la favella , da tali voci incominciano ». (Lib.I, degli elementi, LX). — Citiamo an- cora questi altri principii , o assiomi , o , com' egli le chiama dalla traduzione del vocabolo greco , degnila. « Gli uomini prima sentono senz' avvertire ; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso; 'final- mente riflettono con mente pura. Questa de- gnità è il principio delle sentenze poetiche , che sono formate con nomi di passioni e - 5 — d'affetti, a differenza delle sentenze filosofiche, che si formano dalla riflessione con raziocinio onde queste più s'appressano al vero, quanto più s'innalzano agli universali, e quelle sono più certe, quanto più s'appropiano ai particolari. I mutoli si spiegano per atti o corpi, ch'hanno naturali rapporti alleile, eh' essi vogliono significare. Questa degnità è il principio del parlar naturale , che con- getturò Platone nel Cratilo e dopo di lui Giamblico (de Mysteriis Mgyptiorum), essersi una volta parlato nel mondo , coi quali sono gli stoici ed Origene contra Celso. Alla qual favella naturale dovette succedere la lingua poetica per immagini , somiglianze , com- parazioni e naturali proprietà ». — « La mente umana è inclinata naturalmente coi sensi a vedersi fuori del corpo e con molta difficoltà per mezzo della riflessione ad intendere sé medesima, Questa degnità ne dà l'universal principio d' Etimologia di tutte le lingue, nelle quali i vocaboli sono trasportati dai corpi e dalle proprietà dei corpi a significare le cose della mente e dell' anima». (Ivi, LUI, LVII , LXIII). Da queste e altre simili degnità , che non ri- — 6 — ferisco per esser breve, si raccoglie, che nei primordii di tutte le scienze, le lettere ecc. l'elemento fantastico, immaginoso predo- mina, il senso la vince sulla ragione; quindi ne viene il primo stadio delle scienze , in cui la mente umana non ancor avvezza alla rigorosa riflessione piglia il verosimile pel vero , tien dietro alla parvenza più che alla soda realtà, si diletta più del vano, dello specioso, che della sostanza t dell' in- tima essenza delle cose. In secondo luogo noi abbiamo qui accennati due problemi , di cui l'uno venne già risolto dalla scienza filologica ed è ormai accettato da tutti per un fatto incontrastabile ; ciò è , che le radici pure, schiette di ogni vocabolo sono mono- sillabiche , per lo più composte di due o tre sole lettere ; queste radici contengono in sé racchiusa l'idea generica del vocabolo, la quale viene dall'aggiunta di altre poche lettere determinata in modo, che si scorge chiaramente se contiene il vocabolo Y idea di un nome, (idea di cosa), o di un verbo, ( idea di azione , moto , operazione od anche semplice sussistenza), ecc; a queste due parti finalmente si unisce la flessione , la quale non contiene altro, che la modificazione del- l'idea espressa genericamente nella radice, determinata per raggiunta, ora descritta. Di- stinguono insomma i filologi tre parti in ogni parola ; la radice schietta , il tema o il radicale e la terminazione; nella prima si contiene Videa generica, nella seconda la determinazione di quest'idea , nella terza la modificazione: così nel vocabolo greco logois, ( sermonibus , ver bis ), ho la radice schietta in leg, che contiene V idea generica di dire, logo è il tema; l'idea in esso compresa non è più ge- nerica, non può più significare o dire, o discorso ecc., ma è determinata , è l'idea di parola, di- scorso; finalmente la terminazione is indica la modificazione , le accidentalità, come parmi, le chiamasse qualche grammatico , il numero, il caso ecc. La radice non venne quasi mai conservata nella sua .interezza; fu per lo più alterata nelle nostre lingue. L'altro problema qui accennato riguarda la formazione e l'origine dell' umano lin- guaggio : la parola fu communicata all'uomo da un essere superiore, o se la formò egli stesso ? Il linguaggio è un prodotto della libera attività mentale umana , indipendente affatto — 8 — dall'essere assoluto , ovvero una partecipa- zione , un dono , una rivelazione fatta al- l' uomo dall'infinito, dall'unico eterno Ente, da Dio ? Ecco il gran problema , che la fi- lologia deve sciogliere. Ma ciò non basta ancora : le innumerevoli favelle , che si parlano in ogni angolo della terra dalle ra- gionevoli creature , non hanno alcun legame fra loro ? Questo gran problema dell' unità dell'umana famiglia, che si risolve diver- samente secondo le diverse opinioni filoso- fiche e religiose degli odierni più o men profondi pensatori, non potrà pur dalla no- stra scienza ricevere luce e splendore? Queste due quistioni importantissime, sic- come ognuno può vedere, saranno, secondo le mie forze , brevemente da me trattate , se nessun impedimento estrinseco mi so- praggiungerà, se Iddio mi permetterà di fi- nire la pubblicazione di questo lavoro. In- tanto , siccome amo coir autorità del Vico confortare le mie opinioni in massima parte, fin dove insomma me lo concede il pro- gresso fatto dalla scienza da' suoi ai nostri tempi , non dispiaccia al benigno lettore , che io rechi ancora questo brano di quel- — 9 — l'opera veramente maravigliosa del sommo filosofo : « È necessario , che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni, la quale uniforme- mente intenda la sostanza delle cose agibili nell'umana vita socievole , e la spieghi con tante diverse modificazioni , per quanti diversi aspetti possano avere esse cose , siccome lo sperimentiamo vero nei proverbii, che sono massime di sapienza volgare , V istesse in sostanza , intese da tutte le nazioni antiche e moderne , quante elleno sono , per tanti diversi aspetti significate. Questa lingua è propria di questa scienza , col lume della quale, se i dotti delle lingue v'attenderanno, potranno formar un vocabolario mentale co- mune a tutte lingue articolate , diverse , morte e viventi; di cui abbiamo dato un saggio particolare nella Scienza nuova , la prima volta stampata, ove abbiamo trovato i nomi de' primi padri di famiglia in un gran nu- mero di lingue morte e viventi , dati loro per le diverse proprietà, ch'ebbero nello stato delle famiglie e delle prime repub- bliche , nel qual tempo le Nazioni si forma- rono le lingue; del qual vocabolario noi, — IO — per quanto ci permette la nostra scarsa erudizione , facciamo qui uso in tutte le cose, che ragioniamo » . ( Princip. di scienza N. lib. I , degli Elementi , XXII). Così dice il Vico ; non potendo negare la diversità dei linguaggi riconosceva pur in essi qual- che analogia , se non nel suono materiale delle parole , certo nelle idee , le quali sono le stesse , ma vengono espresse con suoni diversi ; stabilita questa relazione mentale , ideologica tra i diversi popoli della terra, si può anche supporre una relazione materiale , filologica ; dico supporre , poiché finora codesta relazione filologica non si può ancora scientificamente ammettere; spe- riamo , che un dì anche quest' opinione sarà ad evidenza dimostrata, vera. Può da ciò, che abbiamo finora accen- nato solamente , arguire ciascuno . quanta sia l'utilità della scienza filologica; ma pur alcuni dubitano ancora a' nostri giorni , ch'essa debbasi tra le scienze annoverare. Quelli , che negano , che la nostra sia una scienza , l'accusano d'incertezza e man- canza di principìi. Di certo l'elemento fan- tastico ebbe in questa , come in tutte le — 114 — altre, prima che diventassero vere scienze, la sua parte ; opinioni preconcette fecero traviare gl'ingegni , che si applicavano a studiare l'origine del linguaggio. Si affermò con deboli prove , che la lingua ebraica fosse la madre di tutte le altre antiche e moderne; quindi si vollero trovare somi- glianze tra l'ebraico ed il greco, tra l'ebraico e il tedesco, ecc. ; il nostro buon Giambul- lari nel suo Gello trova una grande affinità tra la lingua toscana e quella di Mosè , da questa facendo derivare l'antica etrusca e la nostra italiana o toscana o fiorentina , che dir si voglia. Nulla dirò delle cause di questi traviamenti dell'intelletto; farò solo osservare , che talora essi sono fecondi di grandi risultati , come appunto avvenne in altre scienze ; che gli uomini andando in traccia di cose affatto chimeriche riuscirono spesso a reali ed utili scoperte. E per non uscir dall'argomento, anche i tedeschi cre- devano , che la propria lingua fosse nata dall'ebraica, o almeno qualche affinità avesse con essa ; ma presto s'accorsero dell'errore- Ecco un brano d'un antico commentatore di Tacito, non inutile al mio proposito : — 12 — « Non dubito quin Burgium illud Germanis »> tam frequens in appellationibus oppidorum » et arcium para tò pyrgos (1), desumptum »sit ; quando majores nostri multa vocabula » sunt a Graecis mutuati ut et nonnulla a » Romanis ac ab Hebrseis paucula ; nam ») omnes hodie linguse mixtse sunt» ( Casti- gationes Beati Rhenani in libellum De Ger- mania C. Taciti. — Basileae m :d :xxx:iii). Chiunque conosca pur menomamente il greco ed il tedesco , può , senza che noi en- triamo in una minuta analisi degli elementi costitutivi di tutt' e due , facilmente consta- tare la loro grande affinità ; anzi colla suf- ficiente cognizione di una di queste due favelle può l'uomo facilmente giungere alla profonda conoscenza dell'altra; entrambe per la copia di vocaboli esprimenti con precisione singolare ogn'idea, tutte le più minute concezioni della mente umana , e per la meravigliosa facilità delle composi- zioni delle parole in modo che n'è dato di (1) Il vocabolo greco pyrgos dimostra facilmente la sua somiglianza con burgium, se si legge all'era- smiana. — 13 — scorgere tutti gli elementi loro, si attirano l'amore dello studioso filologo , che le ri- conosce degne entrambe di rappresentare il pensiero delle due nazioni più grandi nella storia della civiltà antica e moderna. E se la lingua germanica non ha la melodia del numero oratorio, ha pure quel non so che di grave e solenne , come la musica , la quale faceva andar in visibilio il Giusti , quando si trovava in Sant'Ambrogio di Mi- lano in mezzo a quei soldati settentrionali. Colla lingua greca e massimamente col dialetto eolico ha stretta cognazione la lin- gua latina sì che luna e l'altra furon di- mostrate sorelle. Mai greci hanno il duale , di cui mancano i latini e difettano del caso ablativo , che posseggono i latini ; nel con- iugare i verbi e declinare i nomi seguono pure un differente sistema ; se hanno qual- che radice comune, ne hanno pure un gran numero di proprie ; dunque è insussistente la nostra tesi. Esaminiamola alquanto, per- chè non è di poco rilievo e la sua dimo- strazione ci porgerà eziandio qualche argo- mento intorno alla venuta in Italia dei Pelasgi. — 14 — Gli Eoli non avevano numero duale. Dice il dottissimo Giulio Scaligero a questo pro- posito : dualem Mole* ut superfluum omiserunt; e in altro luogo : « Quare Jones non recte «fecere , qui dualem numerum a plurali •> discerpsere ; atque idcirco severiores iEoles »neque recepere, neque in latinos transmi- » sere ; et nugacitas illa Jonum in multis w temporibus verborum personas aliquot non «potuit eruere in eo numero ; in nominibus »autem pauculos casus expressere » (V. De causis linguae latinae , lvii , lxxviii). E il Matthise nella sua Grammatica compita della lingua greca : « Nella età più remota della lingua greca non esisteva il duale , e tal numero è pur ignoto al dialetto eolico , come altresì alla lingua latina derivata da esso. È più usato nel dialetto attico , dove tuttavia bene spesso si adopera il plurale in sua vece» (Voi I, § 64, Osserv. 1, pag. 101. — Torino, Stamperia Reale, 1823). — Manca l'articolo nel latino , esiste nel greco. — Il Galvani nell'opera citata e nella sua ÌU- moria IH sulla lingua celtica dice, che i Beiti e per avventura gl'Iberi avevano innanzi ai loro nomi gli articoli; e adduce l'autorità ~ 15 — del Lanzi , che ravvisò nell' etrusco alcuni avanzi dell'articolo prepositivo. «Niente di meno è consenso generale dei dotti che i prisci Elleni non li avessero, se non forse in pochi casi dimostrativi e che Tantiporre sempre l'articolo ai nomi fosse usanza, che invalse generalmente dappoi. Gli antichi Eoli adunque non conobbero quest'articolo preposto , ma segnarono i casi colle isva- riate desinenze. Da essi adunque apprese il latino a non iscriverli ecc.»; e qui cita pure l'autorità di Prisciano. (V. Galvani, Delle genti e delle favelle loro in Italia , pag. 277 e segg.). A me pare che l'articolo in greco avesse pure la forza del pronome in- dicativo e dimostrativo e del relativo ; l'au- torità del Matthise ci conferma quest'opinione (Op. cit.vol I, § 65, osserv. 3, pag 4 04, § 153. pag. 245. - Voi. II, § 262, 286, 291 , pag. 3, 36, 47). In Plauto occorre di spesso l'uso del pronome Uh in luogo dell'articolo ; così nel Miles gloriosus, 11,1, 44: Video illam amicarn herilem; il prof. Vallauri chiosa : « animad- verte , lector, pronomen illam, locum obti- nens articuli , quem Itali appellant determi- nante » (M. Attii Plauti Miles gloriosus Augustae — 16 — Taurinorum, ex officina regia, an.M.Dccc.LinI pag. 26). In greco pertanto l'articolo teneva luogo del pronome , in latino il pronome teneva talora luogo dell'articolo ; anche nel tedesco V articolo determinativo talvolta si usa pel pronome. I Greci non hanno il caso ablativo ; in latino si trova in tutte le declinazioni. — I greci suppliscono a questa deficienza or col dativo, or col genitivo ; l'ablativo latino al plurale è sempre simile al dativo ; nella seconda declinazione poi anche al singolare ed eziandio nella terza ciò avviene per al- cuni nomi ed aggettivi, che hanno l'ablativo terminato in i , e si osservi che l'ablativo singolare della prima declinazione finisce in a lungo, di modo che pare , che questa finale a contenesse in sé qualche altra vo- cale o suono qualunque siasi. Inoltre , per riguardo agli ablativi singolari della terza declinazione , ricordiamoci , che gli antichi latini, anteriori a Cicerone e agli altri scrit- tori di quell'età , usavano e per i : Menerva, leber, magester, et Dijove Vittore, in luogo di Minerva , liber , magister et Dijovi vittori. (V. Quintiliano, Inst. orat. I , 4, 17). Che -17 — più? gli stessi latini usavano il caso dativo e l'ablativo promiscuamente ne'complementi di agente , e co'verbali in dus, da, dura so- lamente il dativo. Quintiliano domanda se vi è una forza di sesto caso anche in greco e d'un settimo in latino, e pare che l'affermi. — a Quaerat etiam, sit ne apud Graecos vis » qusedam sexti casus et apud nos quoque • septimi. Nam cum dico hasta percussi, non • utor ablativi natura; nec , si idem Graece • dicam, dativi» ( Inst. orat. I, 4, 26). — Tralascio poi li accusativi alla greca e altri ellenismi , che occorrono di spesso in Vir- gilio , Cicerone , Orazio e in tutti gli altri scrittori dell'età d'Augusto e della seguente, massime in Tacito ; onde vorrei quasi dire, che insieme collo spirito si è trasfusa nella letteratura latina la forma grammaticale della greca: vorrei affermare, se non fosse ardita l'affermazione, che quelle grandi om- bre de'poeti, oratori, storici e filosofi della Grecia sono, per una metempsicosi di nuovo genere, trapassate in que'grandi poeti, ora- tori , storici e filosofi dell'antica Roma , la quale, riunendo sotto di se colle armi tutto il mondo e reggendolo con una sapienza — 18 — veramente meravigliosa , la coltura Data nell'Oriente, cresciuta e sviluppata nell'El- iade, raccolse in suo seno, e datale quella forma universale, propria della sua sapienza politica e filosofica, della sua lingua , della sua stessa intima natura , la sparse e dif- fuse per tutto l'universo. Sono tre le declinazioni in greco, cinque in latino ; ma alcuni nomi della terza de- clinazione in ys , pronunziando Yy all'era- smiana, riescono identici alla quarta latina. (Matthise voi. I , § 85, pag. 152 ; Burnouf, Gramm. grec. § 26 , osserv.) : i nomi della prima greca in età rispondono nel singolare alla quinta latina , che nel plurale segue per lo più la prima declinazione ; e per quei pochi nomi, che hanno pure un plu- rale proprio, ciascuno può facilmente trovar analogie nelle altre declinazioni greche e latine , senza che qui mi distenda di sover- chio a provare , che in entrambe le lingue le flessioni dei nomi hanno molta somi- glianza tra loro. Nel rintracciare codesta comunanza d'ori- gine del greco e del latino mi servo indif- ferentemente dell' autorità di questo o di — 19 — quel filologo, quando giovi al mio assunto, senza badare al sistema da ciascuno seguito, purché mi tenga fedele al mio. Cito quindi anche grammatici, che o per essere vìssuti prima o per volere star costanti alla scuola antica avversano il presente progresso della scienza linguistica; di essi parla il Curtius nel suo citato Commento alla grammatica greca (Cap. VI, pag. 45). «Il voler ritornare al- l'antico uso , dice il nostro autore , è così divenuto impossibile. Ogni autore d' una grammatica per l'uso delle scuole deve ce- dere, foss'anche a suo malgrado, all'influsso delle idee più giuste » . (Commento ecc. traduz. di G. Mùller). Ciò faceva d'uopo avvertire, perchè seguace in massima parte di questa nuova scuola filologica e critica non fossi confuso con quelli che la combattono, ser- vendomi dell' autorità di costoro nelle ci- tazioni. Dissi , che i nomi della quarta declina- zione latina possono rispondere ad alcuni della terza in greco, il cui tema esce in y, che pronunziato all'erasmiana ha un suono non del tutto alieno dallté. Ora Yy si scam- bia cq\Yu in latino ne' nomi Sylla e Sulla , — 20 — Bnrrus e Pyrrhus, Bruges e Phryges ; ne'quali due ultimi nomi si vede pure il B tener luogo del P e del Ph , poiché le mute cangiano facilmente di ordine. Né Yy sola- mente, ma anche Yi successe a\Yu; quindi ne ? superlativi latini la terminazione umus 6 negli avverbi terne in luogo di imus , ime ecc. ed anche Ye fu rimesso al posto de\Yu nelle forme undus per endus ; così capiundae per capiendae usa Sallustio insieme con tutte le altre forme antiquate. Gli accusativi latini singolari terminano in m , salvo i maschili della terza declina- zione, che seguendo la greca, finiscono in a , come aera per aèrem ; i greci non sop- portando mai la desinenza finale in m, ac- colsero quella in n f come più dolce; onde mousan , domon , ioron , epitomen , poteteti , poiesin, Phoibon , ponton, pomeri, arotron, thea- iron ecc. hanno per corrispondente latino , musam , domum , donum , epitomem , poètam : poèsim, Pkcebum, pontum, pcenam , aratrum , theatrum, ecc. nei quali nomi può facilmente vedere il lettore una perfetta identità nella radice e quasi sempre anche nell'intero icorjao della parola. E riguardo all'uso greco — 21 — dell' accusativo in n e latino in m , ecco quello che dice il Galvani : a La m usavasi in luogo deli' n ; quindi l'accusativo eolico in m non in n ; così in latino ; sicché per- fino nelle lapidi Gruteriane si trova forsitam ed im perpetuum per forsitan ed in perpetuum. E viceversa cambiavano i latini la ra in n; per cui anche in latino si legge con per cum e conparare in luogo di comparare » . (Vedi Iscrizioni dei Grutero , pagine 325, 383 ) # Forse son voci volgari forsitam e con e conpa- rare, o sono sbagli degli scarpellini ; ma chi ce ne può assicurare ? — La m è usata pure in luogo dell' 5; e però venendo al latino disse Prisciano : « Transit s in m t ut • sursum prò mrsus, éimminuo prò disminuo» . La stessa ra tien luogo del v , per cui si vide promulgare in luogo di provulgari. (Gal- vani, op. cit.). Questo passaggio del v in m si spiega per l'analogia che ha questa con- sonante colle labiali; quindi osserva il Matthise , che 1' m si cangia in p in alcuni vocaboli eolici : oppata , peda sono forme eo- liche in luogo di ommata, metà, (Voi. I, pag. 62, § 30). Ecco la ragione del passaggio del t) in m; anzi il Curtius annovera questa — 22 — consonante tra le labiali , mentre altri la pongono tra le liquide. La desinenza os della seconda declina- zione greca risponde all'US della latina ; ro- maios greco è romanus in latino. Anche i latini stessi usavano o per u , quindi voltu per vultu si legge in Virgilio non pur nelle edizioni tedesche, ma nelle nostre di Torino e di Palermo , che seguono quelle di Ger- mania. E intorno a ciò dice Quintiliano : « Quid o atque u permutatae invicem , ut » Hecoba et notrix , Culcidis et Pulixena scri- »berentur, ac, ne in Grsecis id tantum no- » tetur, dederont eiprobaveront ? » (Inst. orat- 1, 4, 16). Di qui per la sincope della sil- laba ve, le desinenze de' perfetti o passati rimoti , come altri li chiama , della nostra lingua trassero l'origine loro. I pronomi personali rivelano pure la stretta parentela del latino e del greco; non mi trattengo in quello di l a sing. e duale; quel di 2 a pers. sing. è quasi identico nel dialetto eolico e dorico e nella lingua la- tina; trovasi infatti cambiato il sigma in tau e usato ty , Un, te in luogo di sy, sol, se (Matthiae, Voi. I, §. 145, pag. 231 , 233 ); — 23 — il pronome reciproco o riflesso , che si vo- glia dire, conferma pure la nostra sentenza, essendo lo spirito aspro , che precede , in luogo del digamma eolico , e il sigma ca- duto nel singolare ricomparendo nel plurale; onde il Curtius dice che il tema Fé sta per un antico sFe (V. comm. Capo vili, pag. 76.). Quantunque la lingua greca abbia soltanto la coniugazione di verbi in o mega, e in mi e alcuni altri che li voglion chiamare irregolari od anche difettivi , tuttavia chi bene vi porrà mente, troverà, che ne'con- tratti e ne' verbi muti e negli stessi in mi sono comprese le quattro coniugazioni la- tine. Il numero delle coniugazioni , come delle declinazioni , variò a beneplacito dei signori grammatici , e vi fa un tempo , che dieci declinazioni greche e quattordici coniugazioni si annoveravano ; poi cinque declinazioni, come in latino; ora tre; il Curtius volle introdurre un nuovo sistema, per cui non si tien conto della l a declinaz. 2*, 3a, ma del tema, che esce in vocale od in consonante, e dal tema forma il nomi- nativo, il genitivo ecc.; questo sistema, che vorremmo introdotto nelle nostre scuole, — 24 — ci pare più logico, più scientifico e quindi più naturale, più conforme alla maniera con cui si sono formate le parole. Tanto più ap- provo il sistema del Curtius per riguardo ai verbi, quanto più complicata, inesplicabile per quelle che si dissero irregolarità, è la teo- ria seguita dagli antichi intorno alle varie specie dei verbi. Questo dotto filologo pubbli- cava fin dal 1846 a Berlino un trattato intorno alla formazione dei tempi e modi nel greco e nel latino, col titolo: bildung der Tempora und Modi in griechischen und Lateinischen; anche nel Commento si trattiene intorno al medesimo punto di scienza filologica bre- vemente e, mentre segue Tistessa divisione antica riguardo ai verbi in o mega e in mi, pure li distingue dalla diversità del tema in più classi , di cui parla a pag. 92 della citata opera sua. Non permettendoci l'indole del nostro as- sunto il distenderci a lungo nell'esame delle varie forme verbali greche e latine , faremo constatare la loro somiglianza per mezzo di confronti tra alcune poche di esse forme. L'infinito pres. latino par diverso dal greco nell'attivo. Ma si noti, che il ni scambiasi — 25 — nel rho; anzi questa lettera usavasi pure in luogo del sigma , in cui cambiavasi pure il ut. « Le tribù eolo-doriche sono vaghe del rho ; così i Lacedemoni dicono hippor, por, per hippos, pous\ poìr, d'onde il latino puer y per pais, (ove nota Yo invece deli'a). Quindi nel Decret. Laced. e Timoth. leggesi: 7Yrao- seor ho Milesior paraginomenor par aevar toor neoor. (Matthiae I, §. 31. pag. 63) ». In que- st'esempio non solamente il rho sta in luogo del sigma, ma anche del ni finale del genit. plurale toor neoor , ( scritto con due o per rappresentare Yo mega). « Il sigma era pro- prio degli Eoli : 1° nella l a persona del plur. indie, att. , typtomes per typtomen; 2° negli infiniti in aein oein , ommettendone Ye , ais, ois; gelais per geiaein , contratt. gelan\ (Mat- thiae, § 30) ». Se adunque il ni passa in rho , il dittongo ei perde il jota , come in omneis, omnes, avremo facilmente la termi- nazione dell' inf. pres. att. simile in greco ed in latino ; inoltre il sigma sostituendo il ni, e, come abbiamo veduto, IV con ver- tendosi in u y avremo la terminazione di tutte le prime pers. plur. att. simili in greco ed in latino. Di questa desinenza mes in luogo di meri discorrono il Curtius, il Matthiae ed altri; dell' infinito presente at- tivo latino simile al greco parla nella citata opera il Galvani e aggiunge pure, che poi alla forma er si unì per eufonia Ve finale, onde legein , dire, è in eolico leger, che col- l'aggiunta dell' e finale per eufonia divenne legere , identico al legere latino, leggere ita- liano, riguardo al suono. La somiglianza dell'imp. pres, att nelle due lingue non ha bisogno di essere dimo- strata; si avverta riguardo alla 3 a pers. sing. e alla 2 a plur. lo scambio già notato tra la vocale e ed i; quindi avremo in greco da legein, dz>£ , imperat. pres. lege, legelo, legete, legetosan ovvero legonton. La stessa rassomi- glianza ravvisasi nel medesimo tempo del- l' indicativo, purché nello stabilire i con- fronti si notino i mutamenti già osservati. — Ma chi potrebbe mai ravvisare nel legousi (dicunt) la somiglianza col legunt, leggono? — e nel part. presente legon ( coli' o mega) genit. legontos (dicens, dicentis) , un'analogia colla forma ens, entis, dei latini? Spieghia- mone la ragione. — 27 — Il Matthiae , il Curtius e tutti i gramma- tici della lingua greca ne insegnano, che T antica forma della 3* plur. indie, pres. att. era non già ousi, ma una somigliante alla latina, che termina sempre in nt, pre- ceduto da un a f ovvero e, od o, a seconda della coniugazione; così pure l'antica forma dorica era in ti preceduto da n e da vocale; onde Pindaro usa anapleconti. Da questa ter- minazione ( nli) nacque quella latina in nt. (Matt. op. cit. voi. I, § 194, pag. 313). Il sigma usato in luogo del tau fé' scomparire il ni e pel prolungamento di compenso, Yo si allungò in ou. (V. Curtius Commento al § 42, pag. 33). Si sa, che in greco ns si tro- vano unite nella composizione con en ; ma l'una di queste due lettere dovea per lo più cadere , quando s'incontrava coll'altra nella declinazione o nella coniugazione; ma re- stando alterata l'armonia del vocabolo , non essendovi più il suono primitivo, visi com- pensava con questo prolungamento. Onde venne stabilito questo principio: La lunghezza di posizione che si perde va sostituita da lun- ghezza naturale. — 28 — I participi presenti attivi nella loro desi- nenza seguono un tale principio. « Se dopo avere rigettato il ni avanti il sigma, rimane solo un e od o , allora la sillaba essendo lunga, Yes cambiasi in eis, Yos in om, e Va breve fassi lunga; quindi il participio aoristo attivo typsas , stas. Che essi stieno propria- mente per typsans, stans scorgesi dalla sil- laba as lunga e dalla terminazione in antos del genitivo. Il participio presente di lithemi è propriamente lithens usato dagli Eoli , donde è il genitivo titkentos, quindi presso i latini sono i participii in ens, docens; ep- però fassi titheis , come da odons , odontos , odous ». (V. Matthiae op. cit. I, § 39, pag. 71, 72). — Da quest'ultimo esempio odons, odontos, d'onde poi si fece odous, possiamo facilmente scorgere la rassomiglianza di esso vocabolo greco col latino dens, denlis-, quanto alla varietà delle due vocali , ricordiamoci che non pure i greci Ve cambiano in o , come nei verbi strepho, perf. estropha, trepo tetropa , onde tropos; leipo, leloipa ecc., ma anche i latini usavano Yo in luogo deìYe; così leggiamo in Sallustio convortit, advorsa per convertii, adversa ecc. Il Galvani perciò — 29 — osserva, che Yo anticamente dai latini era usato invece dell' e, così voster invece di vester e cita un luogo di Quintiliano, in cui si dice che il primo a cangiaT Yo in e fu Scipione Africano il minore, onde vertices , versus ecc. in luogo dell'antico vortices,vor- sus, ecc. (Quint. Inst. Orat. T, 7, 25), e Yo trovandosi pure, come osservammo, in luogo dell' u, reca il nostro autore questi esempi recati da Prisciano , de' quali alcuni sono pur riferiti da Quintiliano: Hercole, notrix , colpa , polcrom, cervom, servom ecc. , e in questi ultimi si vede la somiglianza dell'ac- cus. greco, sing. in on col latino. « La quale antica pronunzia è da ritenersi la popolare latina , ossia in esso popolo rimasa , per quanto i dotti ad esempio dell'Africano cer- cassero di dilungarsene, e però quella ap- punto, che, spento il culto latino, potè vi- vere nelle bocche del volgo per continuarsi nella volgare d' oggidì » . ( Galvani ; opera cit. ). Ne , per tornare al nostro proposito , dobbiamo far caso dell' i , che in greco si aggiunge alla forma ni e manca in latino ; poiché anche i latini antichi aggiungevano questa vocale in fine delle parole; quindi — 30 — Vittorino dice: « i diutius casibus juxta ap* ponebatur.... , cum populoi romanoi prò po~ pulo romano romanos solitos priores seri- bere ostenderem » . (V. Galvani, op. cit. pag, 284). Si sa inoltre, che, mentre i latini del tutto non rifuggivano da una cotale asprezza, propria della lingua d'un popolo militare per eccellenza ed imperante > i greci amavano quel giusto contemperamento di vocali e consonanti onde insieme cogli altri pregi si ammira pur la singolare armonia del loro celeste idioma. Taluno mi farà quest'obbiezione. Sta bene che il dialetto dorico finisca in nti la terza plur. ind. att. pres. ed anche perf. invece di si; ma il dialetto dorico non è il dialetto eolico, alla cui forma specialmente s'accosta la lingua latina. — Codesta quistione dei dialetti non solo nella greca , ma in tutte le favelle è delle più difficili a trattare; e, per non digredire dall'argomento, riferirò le opinioni di alcuni dottissimi intorno ai due dialetti, di cui si tratta. Martino Rue- lando, citato dal Galvani, dice: fuerunt autem et isti (Aeoles) omnium Graecorum 'primi; e lo Sturzio: « Videtur inde recte — 31 — » posse colligi, Pindarum scripsisse ea lirr- » gua , a qua omnium minime recesserit » dialectus dorica sive, quse eadem olim » fuit , seolica » . È pur da notarsi quest'al- tro luogo del medesimo Sturzio : « At, ut ■ alia taceam, cura seolica dialectus et egre- » gie sit Doricae similis, et in paucissimis, » qui quidem supersunt, veterum libris usur- » pata, ita et ejus cogniti o vix nisi paucis •> prosit, qui universas linguse grsecse copias » complecti mente cupiant, et quse fuerint ■ latinae linguse origines perspectare velint » libenter »> . Intorno ai dialetti greci nel 1838 Amedeo Peyron pubblicò un'eruditis- sima lezione nelle Memorie della R. Accade- mia delle scienze di Torino ; la qual lezione corretta ed aumentata ristampò come appen- dice alla sua stupenda traduzione di Tuci- dide. Paragona gli antichi dialetti greci , l'eolico, il dorico, ionico ed attico ai nostri volgari e come il Perticari nella sua Difesa di Dante ha dimostrato quanto debba la lin- gua nostra all'autore della Divina Commedia, così il Peyron volle provare, che Omero, Pindaro ed Eschilo furono creatori dei tre illustri eloquii greci, premettendo una sua — 32 ~ opinione sulla lingua dell* odierno testo di Omero: ciò è che l'Iliade e l'Odissea, come ora le abbiamo, son composle in una lingua, che dista moltissimo da quelV antico dialetto Eolo-Dorico , in cui Omero dettò i suoi canti ; i Rapsodi Ioni cominciarono oralmente a vol- tarlo nell'idioma ionico, e Pisistrato, primo raccoglitore e editore delle Rapsodie di già jo- nicizzale, compì la trasformazione. Non sa- rebbe adunque, secondo l'opinione del Pey- ron , la lingua de' divini poemi antica af- fatto , ma sibbene un dialetto ionico dei tempi di Pisistrato , mescolato pure con forme antiche , tribolato ancora dappoi dalle emendazioni dei critici sì prima dei Lagidi , come a' tempi della scuola Alessandrina ( V. Tucidide , traduz. ed illustraz. di A.Peyron, Voi. II, App. XII, 3esegg. — Torino, Stam- peria Reale, 1861). Stabilisce ancora il dot- tissimo nostro piemontese come certo, che la prima lingua dei greci fu V Eolica aspra e rozza , che era affine al dialetto dorico , sì che parlando di questo vi comprendeva pur quella: <( loc. cit. § 24 ). Fa quindi la storia de' tre dialetti principali , che sono il dorico , joriico ed attico e con profonda — 33 - e sottile critica osserva le molteplici loro varietà. Quantunque, secondo l'osservazione dell'inglese ellenista Edoardo Valentino Blom- fìeld , non siano lievi le differenze tra l'eo- lico e il dorico, è tuttavia da tutti ammessa l' affinità loro assai grande Molte maniere adunque proprie degli Eoli sono pur comuni ai Dori e talora perfino a' Joni ; onde il Peyron disse , che dall' eolico nacque il dorico , jonico ed attico. A comprender bene la parentela del greco e del latino sarebbe necessario , che si po- tessero ancora leggere tutti i monumenti antichissimi perduti delle due lingue. Un re- siduo del genit. singolare della l a declin. latina in as , come in greco, l'abbiamo nel nome pater-familias ; Lucrezio poi usa il dittongo ai invece dell'ai, accostandosi così di più al greco, e Quintiliano perciò scrive: « Ae syllabam, cujus secundam nunc E lit- » teram ponimus, varie per A et I effere- »» bant; quidam semper ut Grseci , quidam » singulariter tantum , cum in dativum vel » genitivum casum incidissent, unde piotai » vestis et aquai Virgilius amantissimus ve- » tustatis carminibus inseruit. (Inst. orat. 3 — 34 — *> 1,7,18)» — Il Matthise poi sulla te- stimonianza di due commentatori al citato luogo di Quintiliano dice, che l'antica or- tografìa latina scriveva Ailius, Caisar, aulai- Quindi le interiezioni greche babai, papai, ouai, corrispondono pienamente alle latine; anzi tutte le interiezioni e nell'una e nel- T altra lingua sono quasi identiche. E ri- guardo a questo mutarsi delle vocali no- terò ancora, che Va vien dagli Eoli e Dori posto invece dell' o mega, specialmente nel genitivo plurale dei nomi sostant. femm. quindi mousan invece di mousoon; ed anche nei verbi: physantes , diapeinames invece di physoontes. diapeinoomen ; da tali forme, tenendo conto dei cangiamenti opportuni su riferiti , si possono facilmente trarre le analoghe latine. Né alcuno faccia le mara- viglie di codeste varietà fonetiche; pensi in quante maniere diverse avrà udito una stessa parola pronunziarsi ne' varii comuni della sua provincia, ne' varii borghi, nelle varie parti della sua città, anzi dalle varie con- dizioni d'uomini, e poi si darà facilmente ragione de' varii passaggi di una vocale o di una consonante in un'altra affine; para- — 35 — gonando poi i varii dialetti delle città e Provincie fra loro troverà , che un vocabolo d'una provincia a primo aspetto pare diver- sissimo dal corrispondente usato in un'altra, mentre la differenza è più apparente che reale, consistendo per lo più in alterazioni di vocali e di consonanti , prodotte dai sud- detti passaggi , in istorpiature , in aggiunte di qualche lettera o d'una sillaba al prin- cipio o alla fin della parola; in troncamenti, in trasposizioni e simili vicende, che pren- dono diversi nomi e cui vanno soggetti tutti gl'idiomi parlati dagli uomini , e d'onde hanno origine i diversi dialetti d'una me- desima lingua. Rimane sempre nel fondo del vocabolo quella parte, che dicesi radice, alterata sì, trasfigurata, ma pur sempre esistente; vi rimangono pure gli altri ele- menti, più o meno svisati anch'essi , più o meno integri a seconda della natura del popolo, del cielo, dell'aria, del clima di quella terra, dove si parla quella lingua o quel dialetto; si muta soltanto la forma estrinseca delle parole. Vero è, che talora la mutazione si fa in modo , che riesce difficile assai lo scoprire tutti gli elementi, — 36 — ond' è formato il vocabolo; ma di qui ap- punto si vede l'acutezza, la diligenza e la perizia del paziente filologo nel non lasciarsi trarre in inganno dalle apparenti somiglianze nelle flessioni e nei temi e nelle radici ; nel non lasciarsi trasportare dalla fantasia, che trascorrendo troppo liberamente congiunge idee disparatissime tra loro ; nell' esami- nare colla minuta analisi il vocabolo sotto i suoi aspetti principali e risolverlo ne'suoi veri elementi e considerar bene le diverse idee, che rappresenta; nel paragonare in- sieme i diversi vocaboli d' una medesima lingua e gli stessi vocabili esprimenti le stesse idee nelle diverse lingue; e in tutto quest'arduo lavorìo, noto a chi si consacrò a codesti studi, consiste il vero merito dello scienzato. Quante irregolarità furon trovate dagli antichi grammatici e nel greco e nel latino ed ora in grazia della progredita fi- lologia si considerano come fenomeni na- turalissimi, regolarissimi ! Come il volgo da per tutto vede l'opera del caso o la mano di Dio e il filosofo, non rinunziando alla fede in Dio, riconosce nelle cose di quaggiù l'opera degli uomini o della natura; e mentre — 37 — T uno stupisce per ignoranza e di tutto si maraviglia e in ogni minimo accidente fa intervenire la divinità e crea dovunque il miracolo, l'altro invece intende le cagioni dei fatti, si solleva alla ragione universale delle cose, e le divine eterne leggi, che regolano il pensiero umano e la sua mani- festazione, l'operare delle creature ragione- voli e i moti dell'uni versai natura, queste leggi medita , comprende e all'Autore loro colla mente s'innalza e lo adora; così mentre il volgo de' grammatici trova irregolarità nelle declinazioni, anomalie nelle coniuga- zioni , ricorre a spiegar alcuni fenomeni linguistici ai capricci del popolo e taluni vanno sognando singolari etimologie ed ar- gomentano da somiglianze apparenti di più vocaboli di lingue diverse dell'affinità loro , che è del tutto insussistente; il vero scien- ziato all'incontro sottoponendo le parole ad un' analisi minuta e non meno rigorosa di quella, a cui il chimico sottopone i corpi, riesce a trovarne i veri elementi, conosce le vicende, cui vanno soggette, le altera- zioni subite e dall'esame profondo delle pa- role passa a considerare l'intero corpo della — 38 — lingua, la stadia filosoficamente, letteraria- mente e storicamente e dal suo studio trae preziose conseguenze per la scienza critica. Non bisogna pertanto trascurare lo studio de' varii cangiamenti delle vocali e conso- nanti affini; lo stesso Cicerone si occupò di queste minuzie: « Sine vocalibus saepe » brevitatis causa contrahebant, ut ita di- » cerent multi 1 modis , vas 1 argenteis, palm* et » crinibus , ledi' fractis » . Inoltre come si usava duellum invece di bellum, duis in luogo di bis ; così gli antichi latini chiamavano bellium quell'ardito vincitore de' Cartaginesi nella prima battaglia navale, C Duillio o, come scrivono altri, Duellio. <« Libenter » etiam copulando verba jungebant, ut sodes » prò si audes, sis prò si vis.... Ain^vo aisne, » nequire prò non quire, malie prò magis » velie, nolle prò non velie, dein etiam saepe »> et exin prò deinde et exinde dicimus. (Orator, » XLV, 153 , 154) ». Cita ancora altri usi, come del genit. in um per oram, della sin- cope del vi, in nosse , noram, del dat. isdem, per eisdem e si serve dell'autorità di Ennio, Terenzio ed altri antichi a legittimare tali usi, biasimati già da alcuni de' suoi con- — 39 — temporanei; osserva il meridie-min luogo di medidiem (medium diem) e come il b di ab si tralasci, si conservi e si muti in amo- vii, abegit, abstulit, aufer e non si dica ab- fugit né abfer; nota ancora il mutamento del b in summovit, sustulit , e il mutamento della vocale e del dittongo , onde dissero insipientem , iniquum , tricipitem, concisum non già insapientem, ìridequum, tricapitem , concxsum. E parlando della sua pronunzia, dice: - Quin ego ipse, quum scirem ma- » jores ita locutos esse, ut nusquam nisi • in vocali aspiratone uterentur, loquebar ■ sic ut pulcros, Cetegos, triumpos, Karta- » ginem dicerem , aliquando, idque sero, » convicio aurium quum extorta mihi ve- ■ ritas esset, usum loquendi populo con- » cessi, scientiam mihi reservavi. (Ibi. » XLVIII, 160)». E questo fammi ricor- dare di queir altro .luogo del 3 libro del dialogo De oratore, dove parla della pro- nunzia latina e dice, che siccome in Atene si osservava quella soavità propria della lingua greca, sebbene la dottrina avesse già esulato altrove , così in Roma la dol- cezza della latina, quantunque i romani — 40 — attendessero allo studio delle lettere meno dei latini. (Ili, XI, 42, 43 )- Aggiunge pure il nostro Arpinate nel citato luogo àeìYorator, che Ennio sempre Burrurn usò , Pyrrhum non mai; Bruges, non Phryges\ e poco in- nanzi aveva detto che si può usare siet in- sieme con sit, e porta un esempio di sient di Terenzio. Di qui le nostre forme del cong. pres. del verbo essere; e nel Burrus notiamo il passaggio della labiale P nella B sua affine, dellty nell'w già notato, enei Bruges la labiale aspirata Ph nella media B ; da ciò si vede pure la ragione del pas- saggio di ampho in ambo , phoinix in pcenus, (Matthiae I , § 32, pag. 65). Di qui la pre- posizione greca amphi , (circum, circa) nel verbo latino ambio, andare attorno, onde ara- bitus, il giro di parole contenente un con- cetto intero, corrispondente al periodos greco; e la legge romana de ambitu e Yambitio si- gnificano appunto quello che fa l'ambizioso, che va attorno brogliando, brigando, acca- rezzando, stringendo la mano. Si osservi pure, che Burrus è privo dell'aspirazione h , perchè si scrisse pur il doppio rho senz'al- cuno spirito (V. Curtius Gramm. greca § 13 ove — 41 — citasi pure quest' esempio ); e anche i Ma- cedoni usano Bryges per Phryges, Bilippos, Berenike, invece di Philippos , Pherenike. (V. Matthise loc. cit ). Questo ci rammenta il Berenice latino e il Belena. Abbiam veduto Cicerone occuparsi di que- ste minuzie; Quintiliano pure ne tratta in principio e in fine della sua Istituzione ora- toria (I, 4-7; XII, 10, 27-34); ma l'uno e T altro osservarono semplicemente il fatto senza indicarne la ragione; considerarono l'uso che varia, non il principio, su cui si appoggia , la parte fenomenale in somma , non già l'essenziale della scienza nostra. Ora la scienza è costituita dalla ragione de' fe- nomeni e non dal numero ; mille, duemila osservazioni meteorologiche non possono ancora costituire la scienza, la quale non sarà mai , finche non siasi scoperto il prin- cipio supremo , generale , che ci dia la ra- gione de'varii cangiamenti atmosferici. La scienza filologica possiede i suoi principii, che si possono vedere esposti nelle varie opere di filologia comparata de' tedeschi più versati in questa parte , conciossiachè io qui non intendo fare un trattato , ma — 42 — solo toccare di alcune applicazioni derivate dalla linguistica per dimostrarne l'alta impor- tanza, e ragionare brevemente intorno alla critica , in cui pure i tedeschi ci sono di gran lunga superiori. Del resto, chi volesse avere un piccolo cenno della storia della filologia, può leggere l'opera di Max Mùller intitolata: Letture sopra la scienza del Un- guaggio , tradotta sulla terza edizione inglese dal Nerucci. Una questione grave , agitata e non an- cora risolta , si è quella , che riguarda il digamma eolico, lettera esistente nell'antica lingua dei greci , scomparsa di poi dalle scritture e rimessa nei poemi d' Omero , usata specialmente dagli Eoli , dai quali prese il nome, e avente la figura di un gamma sull'altro , un doppio gamma, e non ancor bene accertato il suono. È una sem- plice aspirazione od una lettera? una vo- cale od una consonante? in latino fu rap- presentata dall' h dal v o da qualche altro segno alfabetico ? È nota la sua forma in greco e il Foscolo nella sua disertazione , che scrisse egli pure intorno a questo ar- gomento, ce la descrive e ci vuole far ve- — 43 — dere come abbia avuto suono simile air F, al V, e air#; la paragona al vau dell'alfa- beto ebraico e dice come la rappresentassero i latini e come la pronunziassero, desu- mendo le prove dall' etimologia di alcuni vocaboli derivati dal greco o comuni a tutt'e due le lingue; e se le conclusioni non sono né tutte né in tutto conformi ai risultati della scienza nello stato presente, sono pure molto ingegnose; onde il Foscolo, quan- tunque non sempre amico di queste cose , tuttavia così amò questo suo lavoro , che dal digamma volle chiamare la sua casetta. — Fra gli antichi Quintiliano specialmente ci parla di tal lettera: « Aeoli cse quoque » litterse , qua servum cervumque dicimus , » etiamsi forma a nobis repudiata est , vis » tamen nos ipsa persequitur » . (Inst. Orat. XII, 10, 29). Dice pure che nelle parole latine seruus e uulgus desiderasi il digamma eolico (Inst. Orat. I, 4, 8). Notevole poi è quest'altro passo: « Nostri praeceptores se- » ruum, ceruumque V et litteris scripserunt, » quia subiecta sibi vocalis in unum so- » num coalescere et confundi nequiret; nunc » u gemina scribuntur earatione, quam red- — 44 — » didi; neutro sane modo vox, quam sen- d timus, efficitur. Non inutiliter Claudius » Aeolicam illam ad hos usus litteram ad- » jecerat. Illud nunc melius, quod cui tri- » bus, quas praeposui, litteris enotamus; in » quo pueris nobis ad pinguem sanesonum » q et u et o et i utebantur, tantum ut ab » ilio qui distingueretur » (1,7, 26-27). Di qui si può vedere la ragione per cui fu introdotto l'uso del digamma eolico e come le ortografiche e lessigrafiche questioni di alcuni grammatici e filologi e vocabolaristi italiani fossero vive già dai tempi di Roma imperiale, anzi di Roma repubblicana. Il primo degli scrittori greci , che parlò del digamma , è , secondo il Foscolo , Dionisio d'Alicarnasso , che volle pur dimostrare che gl'Itali e i Greci avevano comuni i proge- nitori. « Il nome di Velia, ( Ouelia ) deriva » da elos , palude , poiché i Greci antichi , » che portarono l'alfabeto nel Lazio, pre- » mettevano a molte parole incomincianti da » una vocale la sillaba ou rappresentata da » un segno solo. Questo era come un gamma, ù aggiunte alla retta due linee oblique » . (V. Foscolo, Discorso sul digamma). Pare — 45 — che il primo dei romani a darci qualche notizia del digamma fosse Varrone, che lo chiamava Vau ovvero Bau o semplicemente Va, secondo Anneo Cornuto ; e anche Cice- rone lo nomina. Era pertanto questa lettera conosciuta in Roma di certo verso gli ul- timi tempi della repubblica e se ne parlava sotto i primi imperatori , che , siccome ci narrano gli storici Svetonio e Tacito, si oc- cupavano di queste cose e tiranneggiavano. Il divo Claudio volle imporre ¥ uso di tre nuove lettere ; tra queste dal passo di Quin- tiliano risulta essere il digamma eolico; il retore loda 1' imperatore della prescrizione dell 7 uso , e lo storico nota e il despota , che vuol comandare all'uso e l'uso, che la vince sul despota: « quae (litterse), usui » imperitante eo , post obliterata? , aspiciun- » tur etiam nunc in sere publico per fora n ac tempia fixo (Annal XI, 14) ». Secondo Prisciano fu Cesare , che introdusse il di- gamma nelle scritture latine. Quel gramma- tico famoso pur ci fa noto , che questa let- tera era usata ora come una semplice u consonante , cioè con un suono vicino al v , come in ceruum ; ora come una conso- — 46- nante doppia ed ora come un appoggio (fui* erum) all'iato; quindi ricorda d'aver ve- duto il digamma in un monumento antico nei due nomi Demofoonte e Laocoonte, così: DemophaFon , LaFocaFon (1) ; ad avvalorare questa sua asserzione cita pure alcuni versi eolici; afferma ancora, che il digamma tal- volta indica un'aspirazione leggiera, talvolta era ricevuto prò nihilo — digamma apud Aeoles est quando in metris prò nihilo acci- piebant. Trifone, il quale si crede discepolo d' Origene , dopo d' aver ripetute le stesse parole di Dionisio Fanacs e Felena come in- controvertibili esempi del digamma tra gli Eoli > i Dori , i Lacedemoni e tra' Ioni , soggiunge che anche Alceo fece uso di que- sta lettera; ma i critici disputano intorno a tal passo di Trifone. Altri grammatici hanno citato Fanacs per hanacs, e Apollonio Discolo Fethen per hethen, genit. sing del pron. di 3* pers. (V. Matthise I, § 145, p. 232). (I) Per mancanza del segno corrispondente fac- ciamo uso delia nostra lettera F; come pure più sotto P h di hethen in principio tiene luogo dello spirito aspro. — 47 — Prima di venire alle conclusioni intorno a questo punto debbo far cenno d'una gran disputa, che sorse intorno al testo Omerico. Dalla Bibbia alla Divina Commedia , dalla Iliade alla Gerusalemme Liberata tutte le scritture antiche e in prosa e in poesia somministrarono agli eruditi grande materia a controversie per le varie lezioni e per le varie interpretazioni. Constatando il fatto senza risalire alla causa, che è per lo più la mancanza di un originale autentico ed unico, e restringendomi ad Omero, senza volere far pompa di un* erudizione non troppo difficile , mi basti per ora 1' accen- nare questa disputa intorno al digamma eolico. E perchè il lettore non soffra oscurità dalla troppa 'sospensione delle idee, che può cagionare disordine e confusione, mi riserberò neh' Appendice il discorrere più ampiamente di tale argomento , e qui ne tratterò in generale. Per lo più si crede , che il digamma tenga luogo del v italiano o del w tedesco. Il Matthise dicendo , che i greci anticamente, o almeno gli Eoli, non avevano spirito aspro, e ogni parola comin- — 48 — ciante per vocale era pronunziata dagli an- tichi con sì fatta aspirazione , che pendeva al w tedesco ed era segnata sovente col beta ovvero coli' ùpsilon ed anche col gamma, afferma essersi a guest' uopo inventato il digamma; negli esempi che cita, vedesi postò al luogo dell'antico digamma il v dai latini, dagli stessi greci meno antichi Yupsilon, dai Dori il beta, quindi bedos per edos, phabos per phaos; gli Eoli, i Lacedemoni ed altri lo usavano anche davanti al rho , quindi brodon invece di rhodon, rosa. Anche il Curtius da- vanti al rho ammette l'anteriore esistenza di una consonante, e dice che Frag è la radice di rheg-ny-mi, rheg-ma , rheg-min , come in latino frag in frango , frag-men, frag- men-tum, frag-ilis etc, (V. Comm. al § 62). Il Foscolo opina, che il greco F rappresen- tava le articolazioni aspirate delle nostre f h, b e v, modificate e varcate e combinate all'infinito dal mescolamento delle colonie venute, secondo la generale credenza, dal- l'Asia, dall'Egitto ovvero dal settentrione in Grecia ed in Italia; i latini antichi pronun- ziavano la lettera F come un b , od anche come un' h (Disc. IV); questa lettera poi — 49 — aveva un suono aspirato or gutturale, ora dentale, e combinata col pi e col lau diede luogo al phi e al theta, (Ivi VI); ma i ro- mani non avendo niun segno alfabetico per esprimere il v , originariamente scritto col vau, che fu il nome primitivo della loro F, ricorsero alle analogie della pronunzia eolica di una v consonante , divenuta in seguito un upsilon (Disc. IV, V.). Ora in mezzo a questi suoni così varii e molteplici, che se- condo tali critici avrebbe una sola lettera, conviene scegliere , secondo la mia opinione, quello , che sia il solo capace di tutte le variazioni indicate e talora così tenue di- venti da sparire affatto , come si crede es- sere avvenuto nel testo Omerico. Devesi pur notare che il nome indica pur qualche cosa e non è per la semplice figura, che questa let- tera F venne detta digamma, doppio gamma. In quasi tutte le parole latine aventi comune radice colle corrispondenti greche, nelle quali si ammette 1' esistenza di questa let- tera, tiene essa luogo del F, talvolta anche dell'H; tralasciando gli altri suoni , che so- glionsi attribuirle, quale analogia v'ha mai tra il V e V H? Eppure abbiamo in latino 4 — 50 — Hesperus, Eesperia, Vesper, Vesperus; in greco esperà, esperia, esperos, collo spirito aspro in principio, presso gli Eoli col digamma; Quintiliano ci dice, che usavano gli antichi fordeum fcedos, in luogo dell'aspirazione ser- vendosi dell' e/fe, come d'una lettera simile, ( Inst. orat. I, 4, 14); hostes, hostia, secondo il Foscolo , scrivevansi col digamma in prin- cipio invece dell' A; la gran madre Vesta in greco si chiama E stia , collo spirito aspro, che precede , e Foscolo nota quindi Restia e Festia; ne parlano Omero, che Le dedicò un iuno (se gl'inni sono d'Omero , cosa assai improbabile); Pindaro , che la dice prima tra gli Dei, Platone in più luoghi , Ovidio (Metam. XV, 731), che la chiama Troica, Virgilio, che la fa trasportare da Enea in- sieme coi Penati ecc. Vengono gli Heneti dalla Paflagonia ad abitare quella parte d'Italia, occupata dagli Euganei, che è tra il mare e le Alpi; e' si chiamano Veneti. (Liv. I, 1). Dobbiamo ancora notare il passaggio o lo scambio tra il V e il G: vastare laL, ital. guastare, dare il guasto; vadum , guado; e va- dare (guadare), trovasi, se non presso i clas- sici , almeno in Solino, e vadosus, (guadoso) — 51 — in Livio; parvulus , parvolo , pargolo; Paola e in alcuno Pagalo ( Machiavelli e Giamboni) e in qualche dialetto Pavolo e anche Paulo (Giamboni nel Manuale del Nannucci): è in questo nome il v nato tra le due vocali, come in Genita, Genova, e presso Guitton d'Arezzo leggesi anche statova , in luogo di statua, e si disse pure strenovo dal latino stre- nuus,e in luogo del comune pattuire, pattovire e continovare per continuare, ecc. Non altri- menti oìs , e col dig. oFis , greco, dissero i latini ovìs: nau-s , na-cs , o ne-os , col dig. naFos,neFos, navis; così oon, pi. oa (omega iniziale), col dig. oFon , oFa , ovum, ova e òot'is gen. di bos da òo os, òoFos, ecc. Se la parola sergenti sta per serventi (Nannucci , Manuale II, 178) se il W tedesco risponde al G nelle parole italiane Gualterio , Guelfo , Ghibellino, e Guascogna, Guasconi al latino lasco?ìia , rasco??es; se Y acqua si chiama in dialetto e^wa, era e il vaire piemontese di- venta guaire in Fra Guitton d' Arezzo , e in Brunetto Latini guero, e in Ciullo d'Alcamo gueri, e nella comune lingua d'oggidì guari ( Nannucci, op. cit II, p. 144), se il nome di Guglielmo, presso qualche antico Guilielmo — 52 — e Guilelmo (Narmucci, op.cit. II,p. 88,89), in francese Guillaume è detto in tedesco Wilhelm, se questo scambio del V italiano o latino e del teutonico W nel G indica pur qualche cosa , di certo non si può negare l'affinità tra queste due lettere. Si noti an- cora , che il fluo latino , se nel fluvius dà luogo al v, nel perfetto fluxi, onde fluxus , fluxio, manifesta la formazione di una gut- turale, che combinata col sigma die luogo alla terminazione xi\ così struo ha struxi nel perf., proprio come traho, veho nel perfetto fanno traxi , vexi; ora come il v di fluvius e fluvidus ( quest'aggettivo è usato da Lu- crezio invece del comune fluidus) passa in una gutturale, che è tenue nel fluctus per legge fonetica nota ? perchè struo fa struxi al perfetto, come traho , veho, traxi, vexi? Conviene di necessità ammettere il gutturi- smo , per cui si effettua lo scambio del v in g e la stessa aspirazione h forma ne'due ultimi verbi Yx , nato dalla combinazione di una gutturale colla sibilante. Ma non basta ancora; il genitivo nivis ha per no- minativo nix, il verbo ningit non contiene più il v, e invece di nix Lucrezio adopera — 53 — ninguis; nella radice adunque, sia nig, ov- vero , secondo il Benfey , snigh, derivata dal sancrito snih, essere umido , certo v' entra la gutturale, e il nom. nix, nig-s in luogo di nig v-s, onde l'antico ning uis di Lucrezio, lo dimostra. Anche le voci uva, uveite con- terrebbero, secondo alcuni, nella radice la gutturale, quasi ugna, uguere , e, se si può dubitare in queste due voci, di certo in mavis , mavult non ha luogo alcun dubbio, essendo composte queste due per- sone di magis ( Vedi Curtius. Studien zur Griechischen und Lateinischen Grammatik. Zweites Heft. 181, 182, Leipzig , 1868). Come adunque il g è scomparso in molte voci latine ed in alcune italiane , così in nigv is , nivis genit. di nix ; e se l'italiano neve deriva dall'assenza di questa lettera, il francese neige ne attesta la presenza- Parmi quindi abbastanza chiaramente e in modo incontrastabile dimostrata la stretta affinità tra il V e il W tedesco e il G; or bene alcune parole greche, le quali in altri luoghi hanno il digamma, o lo possono ricevere, si leggono in alcuni codici, dei quali non si può dubitare, scritte col sem- — 54 — plice gamma] e se anticamente si usavano le tenui invece delle aspirate, come vor- rebbe qualche filologo, se il suono più an- tico è forte ^ quindi si va a mano a mano indebolendo nelle mute, (io però non so accettare questo principo in modo assoluto e credo il suono delle mute diventi debole non solo pel tempo, ma anche pel clima), noi possiamo stabilire che il digamma avente un suono simile al gu ovvero gh si assot- tigliasse ne' tempi e luoghi diversi , secondo la diversità dei climi in V , W , ed in H e anche in semplice upsilon e nello spirito aspro, fino a scomparire del tutto. E per l'analogia, che passa tra il v e il b, onde la radice ben, umbra ed osca dà luogo alla rad. ven, di venio (V. Glossarium italicumA. Fabretti), e Ubo per vìvo, (quindi il Mura- tori nella sua dissertazione sull' origine della lingua italiana dice essere nato il motto bene Ubere est bene vivere ; V. Antiq. Ital. medii aevi dissert. 32), e Ubus, Uvus, vibus invece di vivus (V. Glossarium itali- cum. A. Fabretti), bibens per vivens , belo per veto; per la medesima analogia noi ab- biamo boto, botare, boce, bociare, e voto, voce, — 55 — ecc e nella canzone di Giulio d'Alcamo leg- giamo bolontate, Vabere (lat. habere), bogiio, (greco boulo-mai), trabagliati (1) baie, botta, cabalierì fiat, caballus , usato da Lucilio , ca- ballinus da Plinio; nel medio evo questa voce , che doveva essere dell' infima plebe o almen del popolo ne' tempi migliori, pre- valse sull'altra, equus ), ne' quali vocaboli il b sta pel v; pel medesimo principio Helena , che in greco scrivesi anche col digamma f elena , si disse pur in latino Belena, e ab- biam di sopra veduto i Dori adoperare in- vece del digamma il beta , onde thabacos , thaacos, thacos, lat. sedes; bedos, hedos, ovvero edos collo spirito aspro rappresentato dall'/i iniziale ; e il Burnouf nota che i Cretesi eziandio servivansi del beta, onde oon (il primo omega ), col digamma oFon , cretese (1) Il Nannucci che reca questa canzone nel suo Manuale (Voi. 1) e vi fa sopra un bellissimo com- mento , nota questuso del b pel v essere proprio del dialetto napolitano ; pare, che si debba in ciò riconoscere , come pure in altri fenomeni , un re- siduo dell'antico grecismo. È inutile poi avvertire la radice latina trab del verbo trabagliati e trava- gliare e del nome trabaglio , la cui origine è nota, ( V. Costa, della Elocuzione e il Grassi, ivi citato ). — 56 — obon , lat. ovum (1). Sempre seguitando il medesimo principio dell'affinità delle lettere, per la somiglianza del v col b e co\V effe , il bremo greco risponde al fremo ; bad-izo e vado hanno comune la radice, ecc.; quindi per la relazione che passa tra il v , il di- gamma e l'A, invece di hordeum , hoedos si scrisse fordeum, foedos e Varrone dice , che quello che dai Latini hircus , dai Sabini fir- cus appellavasi, fedus V hedus dei Latini , e in Roma aggiuntovi Va, haedus. Come Be- lena, Felena in Greco col digamma in luogo dello spirito aspro, Helena; Bruges, Bryges , Phryges; Berenike , Pherenike; Bilippos, Phi- ìippos: così pel medesimo principio s'intende l'ambo latino, ampho (coli' omega) greco e il latino Amilcar diventa, se non è errore di stampa, Bomilcare presso Bono Giam- boni fNannucci, op. cit., II, 406), che sup- pone oltre lo scambio dell' a in o , un' H , (1) V. Burnouf , Gramm. greca lib. IV, § 170. — Torino , Stamperia Reale, 1828 Dall'analogia del- l'olon coll'oijMw trae l'autore un argomento della pronunzia del beta alla moderna; mi pare che la grande varietà dei dialetti greci escluda l'unità della pronunzia. — 57 — passato in B. (1). Si disputa se Vh abbia suono di gutturale tenue nelle parole mihi, nihil; l'italiano annichilire e derivati e il semplice nichilo e l'antico nichilità , nichili- tade potrebbe essere, almeno per noi, uno degli argomenti in favore. Se il beta poi tiene luogo del v e dell'eolico digamma, esso scambiasi pure nel semplice gamma; ble- chon si diceva dagli Ateniesi l'erba , che dagli altri greci si chiamava glechon, (in ambedue i casi età ed omega); gli Eoli e Dori invece di blep haron ( palpebra ), balanos (glans) usavano glepharon, galanos, d'onde il glans latino ( Matthiae I, § 28). Da tutti questi fatti sembra abbastanzza chiaramente provato il suono gutturale del digamma e la sua affinità colle altre lettere v, b, u, h> fino al punto da scomparire affatto. Di passaggio noteremo che dagli stessi fenomeni si ricava una prova intorno all'af- finità de'Pelasgi e qualche popolo italico. Dico con qualche popolo italico essere affini e forse identici i Pelasgi, perchè non potendo di- fi) Le edizioni tedesche per lo più adottano Ha- milcar , ed anche le nostre di Cornelio. — 58 — lungarmi troppo dall'ordine delle idee sovra stabilito, non amo entrare nelle viscere della questione assai grave. Orbene, mentre questo digamma si chiama eolico, al quale dialetto specialmente è simile la lingua la- tina secondo l'opinione universale, il Dott. Marsh nelle sue Horae Pelasgicae lo chiama digamma pelasgico , e dice essersene fatto uso intorno a quel tempo che l'Asia mandò i Pelasgi nella Tracia; ond' essi uscirono poi a popolare una gran parte d' Europa e quindi, recandovi il loro alfabeto, divennero i progenitori di tutti i classici greci e ro- mani. Abbiamo veduto i Cretesi usare il beta pel digamma in obon , onde il latino ovum,e Omero parlando di Creta , delle sue novanta città , de' molti , infiniti uomini , della lingua diversa mischiata d' altre , tra i varii popoli annovera anche i divi Pelasgi: . . , . . . en men Aehaioi , En d'Epeoeretes megaletores en de Kydones Dorees te trichaikes dioi te Pelasgoi (Odyssea, XIX, 175-177). È pure noto il passo di Virgilio , dove Anchise le memorie svolgendo degli antichi — 59 — eroi dice essere Creta la terra destinata dal Dio ad Enea e a tutti i Troiani per fondarvi il nuovo regno, e sebbene erri il vecchio interpetre di que' monumenti nell'interpre- tazione dell'oracolo divino , pure egli , che solo può tra i superstiti Troiani, ricorda quel luogo : Mons Idaeus ubi et gentis cunabula nostrae (Mn. Ili, 1051. E sei Pelasgi sono venutidalla Tracia, o dalla Tessaglia, o dall'Epiro, in quelle regioni o di certo nelle circostanti si diceva Brygeso Bruges in luogo di Phryges. Mi venne il dubbio , che questi Pelasgi fossero di stirpe greca e propria- mente di razza eolica od affine; se non erro, trovai in qualche scrittore moderno , che lessi alla biblioteca di Torino, quest' opi- nione accennata; ma non oso qui, per ora almeno, sostenere con probabilità di argo- menti codesta sentenza dell' eolicismo dei Pelasgi. E se oramai non possiamo più du- bitare, che questi popoli, Qui primi fines aliquando habuere Latinos , ( Aen. Vili, 602), siano stati in Italia, non possiamo essere certi, se venissero dall'Asia o non piuttosto — 60 — da qualche contrada Europea. Cesare Balbo, che ci diede opere storiche per erudizione pregevoli , ma avrebbe potuto darcele mi- gliori, se minor fretta, meno di passione e più di scienza filologica avesse avuto, ma che tuttavia non cessa di essere severo scrit- tore e dotto e virtuosissimo uomo ed uno de'più grandi autori del risorgimento nostro; ed Atto Vannucci, che l'erudizione profonda della Germania senza oscurità nebulosa , conservando sempre il carattere nazionale, trasportò nella sua Storia dell'Italia Antica , opera, che fa veramente onore all'Italia e la gioventù specialmente insieme con tutte le altre di questo valente Professore deve leggere, meditare, studiar a mente; Cesare Balbo ed Atto Vannucci hanno tolto ogni dubbio intorno alla venuta in Italia de'Pe- lasgi e al loro fiorire tra noi; a questi due sommi pertanto io rimando il lettore (V. Medit. Stor. XIII, App , XIV. Storia delTItalia antica, I, 2, 3 eSchiar.). 61 — IL Spingere all' eccesso un sistema , per quanto abbia in se di eccellente, per quanto estesi siano i principii, su cui si fonda, è ca- gion di errore, o, per lo meno, è metodo assai pericoloso in ogni scienza, e dobbiamo quin- di lasciarci governare, anche nelle applica- zioni , dalla prudenza o da quel buon senso , che è innato in tutti, dal senso retto, come il Gioberti nel Einnovamento ne disse. Questa prudenza, questo buon senso , che è innato in noi, comune a tutti , questo retto senso , che è Tistessa facoltà discretiva, illuminata dalla più alta scienza e sorretta dalla miglior educazione possibile, non dobbiamo dimen- ticare mai per passione, di qualunque ge- nere sia , anche buona, se pur v'ha passione buona, anche derivata da sentimento reli- — 62 — gioso, che è il più nobile, ma non cessa di essere sentimento, e quindi cieco talora, esagerato, fuorviato e fuorviante. Il Vero in tatto e per tutto si cerchi e sopra tutto si ami; avremo per conseguenza certa la caduta dell'errore, il bando ai pregiudizii di qua- lunque natura; il vero cercato in sé e per sé, la virtù amata in se e per se; la logica applicata in tutte le sue conseguenze; la morale non elastica, non leggiera, non cosa che è e quasi non potrebbe essere, onde la mollezza e l'accarezzamento al vizio. Iddio, secondo taluni, proibisce di rubare e permette il furto e per poco non esorta Egli stesso, sempre secondo questi tali, ad uccidere, a far danno a uno, perchè è un empio, a odiarlo; perdona e assolve e danna una medesima colpa, come legislatore, che faccia e disfaccia le proprie leggi. Eppur costoro, che ci porgono un concetto tale della Divinità, vogliono essere religiosissimi! È necessario , lo ripeto, che la logica, scienza del logo, del discorso, del pensiero umano (che è discorsivo) , della ragione, sia appli- cata in tutta la sua inflessibilità, nella sua assolutezza. Non prevenzioni, non sistemi — 63 — preconcetti; s'indaghi la verità con pazienza e con amore e si troverà; essa è assoluta, universale, infallibile; essa è legge , essa è ragione somma delle cose, essa è virtù* In forza di questo principio supremo non si sospenderà più una legge per far piacere a qualche prediletto e contro qualche em- pio condannato ad essere distrutto; non si legittimerà il delitto e la colpa, che l'uomo commette in servizio d'Iddio, immolandogli vittime umane; Iddio non comparirà più nel mondo come un monarca, il quale sospende dal suo ufficio un suo primo mi- nistro per rimetterlo di lì a poco in grado e lasciarvelo sempre, e nella storia della umanità qual padre parziale , che ha dei Beniamini, ai quali concede ogni sua grazia e perdona facilmente, e agli altri non solo si mostra irato, ma prepara un eterno ga- stigo, quantunque non altra colpa abbiano, che quella di non esser nati da Rachele, ma sì da Lia. Il concetto, che l'uomo si forma della divinità, varia secondo il grado dell'intelli- genza e l'indole morale di ciascuno; quindi il Dio forte e potente, il Dio degli eserciti, — 64 — il Signor delle tempeste, il Dio de padri nostri, il Dio della vendetta , del perdono , della giu- stizia , della misericordia , il Dio in puro spirito e verità , V Infinito , V Onnipotente , il sommo Bene , il Vero , V Assoluto , V Eterno , ecc. Le mitologie, mentre sono una storia popolare della filosofìa e della religione dei popoli , sono pure una storia poetica del loro modo di sentire , intendere e volere, espressione de' loro costumi, ricordo del loro passato e fonte d'ispirazione pel loro avvenire. Vi sono alcuni eroi , che vorrei, se non fossi troppo ardito , chiamare cattolici, universali; tale si presenta Ercole , Libico, Egizio, Fenicio, Greco, Romano, ecc.; corrisponde a questo tipo quello di Sansone, biblico. La mitologia indiana offre pure molti riscontri colla greca e colla ro- mana derivata in gran parte da questa, e colle narrazioni ebraiche; vuoisi ricercare la ragione di questo fatto nella diffusione de' libri scritturali, nel residuo dell'antica primitiva tradizione, guasta, corrotta presso gli altri popoli, ma non del tutto perduta. Bisogna distinguere i tempi e i luoghi ; del resto senza voler negare un fonte comune — 65 — delle credenze di tutti i popoli, senza ne- gare un comune ceppo , una comune tra- dizione, una comune storia primitiva, non possiamo tuttavia pronunziare con certezza assoluta, con prove rigorosamente scientifi- che se questo comun patrimonio di credenze primitive , di storia originale e autentica delle origini dell'umanità siasi mantenuto puro , inalterato, incorrotto presso di qual- che popolo, al quale il Dio non troppo li- berale, amante dei privilegi avrebbe con- cessa la grazia speciale di conservare la fede integra, la storia inalterata, il vero, da Lui manifestatogli, puro, eterno, assoluto, universale, non contrario ad alcun principio scientifico. Dobbiamo ancora osservare» per quel che riguarda codesti eroi venerati da diversi popoli, che siccome vi sono idee innate in ciascun uomo, sentimenti e af- fetti ingeniti, infusi naturalmente in tutti i popoli, così non dee recar meraviglia, che occorra presso tutte o gran parte delle nazioni l'espressione di esse idee, la rappre- sentazione di tali sentimenti ed affetti negli eroi, che si venerano. L'uomo tende in modo irresistibile alla propria rappresenta- — 66 — zione, quasi riproduzione di se stesso; si effigia nelle arti, nelle lettere, ecc.; la mi- tologia non può essere estranea a questo fatto. Ne solamente V antropomorfismo , ma an- che il naturalismo , il materialismo, tutti in- somma i varii sistemi filosofici sono espressi sotto i veli allegorici della mitologia. Inoltre i termini stessi, in cui esprimiamo idee di cose appartenenti all'ordine spirituale, si- gnificano pur cose materiali. Tralasciando gli altri esempi noti, mi tratterrò alquanto sul nome di Dio. Giove, (Jupiter), che ha da fare con Dio, parlando filologicamente? Che relazione filologica passa tra lo Zeus Greco e il Ju- piter latino ? In molti luoghi Platone parla dello Zeus e de' suoi appellativi Dodonaios , eleutherios , Lykaios , Olympios , herkeios, cse- nios , pairoos , (il primo o rnega col jota sottoscritto stando per patrooios), so ter , po- liouchos, ecc; ma non tratto qui del con- cetto, sì della parola, e mi ristringerò quindi al Cratilo. Singolari sono alcune derivazioni etimologiche dateci da Platone in questo dialogo; il nome degli Dei (theoi) viene dal — 67 — verbo theo , corro , perchè i primi abitatori della Grecia, siccome molti dei barbari , tenevano per Dei il sole e la luna e la terra e gli astri e il cielo, le quali cose tutte ve- dendo correre , da questa loro natura del correre (tou thein), denominarono dei, (theous). Vuoisi, che questa non sia l'opinione pro- pria del divino Platone, e agli etimologi Eraclitei , che pensavano tutte le cose muo- versi e agitarsi continuamente, codesta de- rivazione potè piacere, come se gli Dei fos- sero una specie di corrieri[(\) . Erodoto dice , che i Pelasgi chiamarono gli Dei theous dal- l' ordinare e -porre e tenere nell'universo le leggi; regolatori delle cose (pregmata) nel mondo, conservano le leggi mondiali ed hanno così gli Dei un concetto degno della nobile mente pelasgica. (Herod. II, 52y. Il nome theos pertanto deriverebbe dalla ra- dice the del verbo theo, corro , secondo Pla- tone, sia che segua la sua propria sentenza, sia quella degli Eraclitei etimologi , o del verbo tithemì, porto (legem), dispono ecc , se- (1) Ptatonis Opera recensuit et commentariis in- struxit Godofredus Stallbaum- — V. Cratyl. XYI* § 397. pag. 83, - Gothae, 1835 — 68 — condo Erodoto, (kosmooi thentes tapantapre- gmataj; secondo alcuni moderni dalla radice the identica a quella di Zeus. Anche di questo termine si legge nel Cratilo una strana origine, che ne dà indizio del poco valore filologico, non dirò del nostro sommo filosofo, ma dell'età sua, proprio come nel nostro Alighieri e nel Vico leggiamo alcune derivazioni, che sono lontane dalla vera ori- gine delle parole; il che ci conferma sem- pre più quel principio solenne del Vico , per cui ad ogni scienza e quindi anche alla nostra si stabilisce un'età poetica. Platone dice, che Zèna deriva da Zào, io vivo , onde Zen infinito, e nessuno è più autore del vivere , è più cagion della vita, che ho ar- choon te hai basileus toon pantoon; e facendo poi de' due nomi Dia e Zena una sola ap- pellazione ( dià-zena), conviene della giu- stezza di questo nome dato al Dio, per quem vivere omnibus viventibus licet (V. Cratyl. op. Plat. cit. edit. cit. XIV, § 396, pag. 77-79 ). Grazie a' progressi della filologia ottenutisi dallo studio comparativo della gran famiglia delle lingue Indo-Europee non solo si è trovata la radice del nome Zeugma, ancora - 69 — la ragione di alcuni fenomeni che vengono compresi sotto il fatto generico dello Zela- mmo. Tra le lettere scomparse, ma una volta esistenti nella lingua greca, era la consonante jod, che si trova nell'ebraico e la cui influenza non si può negare in molti vocaboli. Il fatto , che questo suono una volta esisteva nella lingua greca, fatto pro- vato dal raffronto delle lingue affini, è importantissimo per l'istoria della lingua e spiega in modo semplice una quantità di fatti apparentemente assai differenti fra loro. Mutasi nella vocale affine i; tein-o , ten-jo , rad. ten , lat. tend-o; così pure per metatesi, melaina, cheiron, da melan-ja cher-jon , e in eolico per l'assimilazione melanina, cherron; il jod si assimilò pure in allos , al-jos, lat. alius; in ali ornai , col secondo lamda nato dal jod , lat. salio ; in mallon da mal-jon , avv. comp. di mala (1); nel verbo stello stel jo. (Curtius, Comm. § 34, D, § 55-58). Negli (1) Questo avverbio mala è d&mègala, agg. neut plur. ; come panta , neut. plur. — Intorno agli av- verbi scrisse una bella dissertazione il giovane dottor Frohwein; ( V. Curtius , Studien Zur Griechi- schen und Lateinischen Grammatik. Leipzig , 1868). — 70 — Elementi di Etimologia Greca , 2 a edizione (GrundzùgederGriechischen Etimologie. Lei- pzig , 1866) il Curtius dimostra l'origine del doppio sigma, nel dialetto attico mo- derno e nel beotico doppio tau, nato da ima muta, dentale e gutturale, ma tenue od aspiratv (tau, theta, Kappa, chi), e To- rigine dello Zeta nato da una muta dentale e talora anche gutturale, ma dolce (delta, gam- ma). Se poi il doppio sigma pare nato da un gamma , ( phrasso , phrag-joj, questo gamma sta per un Kappa più antico (1). Per l'in- fluenza adunque del jod sul tau e sul kappa sul theta e sui chi si spiega il doppio sigma in kressa ( femm. di Kres , Cretese ) kret il tema; in esson, tema ek, onde ek-ista, sup., minus , minime; in thrassa femm. di thracs f Trace, tema thrak ; in korysso , galea armo, tema koryth, onde il nome korys , korythos, galea, elmo, celata; in elasson, comp. di clachys, parvus , exiguus , tema elach , onde il sup. elach'istos; in tasso, ordino, tema tag invece di tak\ tutti questi vocaboli sono (1) Si volle provare., che le tenui precedettero le aspirate; se non sempre, qui almeno sipuò accettare. — 71 — derivati da queste forme: kret-ja, ek-jon , thrak-ja. kopyth-jo, elach-jon, tag-jo o piut- tosto tak-jo. E come elasson da elach-jon, così brasson da brach-jon comp. di brach-ys, superi, brach-istos; così thasson, comp. di tach-ys è formalo da tach-jon , superi, tach- istos ( Comm. § 55-58, 198). Allo stesso prin- cipio si attribuisce ancora lo scambio tra il e e il I in alcune parole latine come in condicio, patrìcius e conditio , patritius , ecc- e in italiano diciamo specialmente e spezial- mente, giudicio , e giudizio, ecc. Lo Zeta è nato dalla dentale e talor anche dalla gut- turale dolce, delta , gamma per l'influenza del jod; così da hed-jo-mai abbiamo hezomai, (Vh iniziale rappresenta lo spirito aspro), rad. , hed , lat. sed~eo. Si noti di passaggio come in italiano si converta in seggo. L'agg. még-alos , rad. meg simile alla rad. mag di magnus, farebbe il comp. regolarmente meg- jon; per questo principio e conservandosi ancora il suono i abbiamo meizon. È inu- tile osservare che la forma meg-jon è non solo più regolare, ma anche più conforme alla latina major , che secondo V opinione det dott. Edmondo Goetze sta per magior , — 72 — ital. maggiore. (V. Curtius, Studien ecc. voi. II. p. 179). Da radius, raggio, medius, mezzo; l'italiano geloso dal greco zelootès, nel basso latino zelotes e zelosus (1) e nel francese jaloux, ecc ; da tutte queste derivazioni si comprende facilmente la relazione tra lo zeta e il jod influente sul d e sul g. Quindi ora il jod solo passa in gì o in z\ onde il suono dei francese je\ ora il jod è preceduto dal d. I nomi Janus , Julius, Jenna, Jovem sono nella lingua nostra espressi col gi, Giano, Giulio, Genova, Giove; così pure jurare, juvare, jà- cere o piuttosto jactare. jacère, ecc. italiano giurare, giovare, gettare, giacere; i nomi ebraici Joseph, Judas, Josue , Jacob, Jeremias, Job, ecc. i nomi greci Japetus, Jason hanno tutti nella nostra lingua il G (col suono gi) invece del jod; quindi per lo stesso prin- cipio lo scambio tra il d e il g in diacere , diaciuto, diacciare, diaccio, diacitura per gia- cere , giaciuto , ecc; quindi da diurnus , giorno e il nome della cronaca di Matteo Spinello, i Diurnali in luogo di Giornali, e in qualche (1 ) V. Grammatica Greca aduso dei Licei diBartolomeo Bona. Torino stamperia Reale , 1862. — 73- dialetto nostro zorno per giorno, in francese jour; juvenis, giovane, dial. ven. zovene ; ratio, acc. rationem , ragione e ratiocinium (usato da Cicerone in senso di conto, calcolo, onde ratiocinor, far conto, calcolare, ragionare, e poi ratiocinium in senso di ragionamento), raziocinio; invece di ragione si disse ra- gione, e cascioni per cagioni (Nannucci , op. cit. II, 194, 195), ascevolmente pei agevolmente (Ivi, pag. 198), ed anche casione (pag. 201), e in luogo di ozioso, ocioso f20ì); è comune presso i classici Vinegia per Venezia, lat. Venetiae, e il Nannucci nota ancora razzuoli, dim. di razzi per raggi (Ivi, pag. 422 J; questi ed altri molti esempi sono conseguenze dello stesso principio. Laonde il Curtius dice: «questa sibilante dolce (zeta) deve nella lingua greca la sua origine per lo più alla spirante palatale jod. Se noi raffrontiamo per es. il greco Zeus col nome sanscrito del Dio del Cielo Djàus ( k col suono simile all'èy, noi vediamo tanto chiaramente questo d, quanto in dia, dal quale , passando per la forma intermedia dja , è nato l'eolico za , cioè dzà». fComm. § 5J. Questo zeta pro- nunziato come ds fu, per trasportazione di — 74 — suoni , sostituito nel dial. eoi. da sd, quindi sdeus per zeus , in lat. deus, come in ital. fronda, frondoso, fronzuto, frondire, fronzire. Può il nome Zeus, sdeus, deus essere passato o sostituito dal theos? Pare, che il suono stesso del theta, e lo scambio tra le mute del medesimo ordine, ovvero, se così vo- gliamo, passaggio della dentale media d e della doppia zeta nell'aspirata; pare, che queste ragioni non ci lascino luogo a dubbio; ma insistiamo ancora sulla radice di Zeus, dieus per vederne il significato e la rela- zione col latino Jupiter. Nel genitivo e negli altri casi vedesi chiaramente la radice diF (nota diF col digamma J onde nelle iscri- zioni DIFI per Dii fBona, Gram Greca ad uso de' Licei § 76 ), quindi il latino div-us , Dì per Dii /'Pindaro, Olimpiache 13, 149 V. Matthiae I , § 73) risponde al dis , plur. dat. per diis ( Virg ^En. Ili, 12 magnis dis nelle ediz. recenti di Torino), e al di nom. plur. per Dii /"Ovidio , Di maris et coeli , etc . ; così comincia un'elegia ben nota). Ora questa ra- dice diF ha in sé, nel suo germe l'idea di luce, splendore, quindi il giorno , il sereno , il cielo, — 75 — e V etra, V etere , Varia (1); queste idee varie, ma connesse tra loro in un'idea fondamen- tale e unica, in un principio solo, sono dominanti nella mitologia indiana ed hanno il loro contrario principio in ciò che rap- presenta le tenebre; nell'epopea indiana l'a- mico mio A. De Gubernatis, prof, di San- scrito nell'Istituto di studi superiori in Fi- renze, ravvisa sempre l'antica lotta tra la luce e le tenebre, fra il genio buono ed il cattivo, (V. Fonti Vediche dell'Epopea In- diana illustrate da Angelo De Gubernatis. Firenze, Tip. Fodratti 1867/ Il nesso tra tutte le forze naturali viene pure espresso da qualche divinità; nella mitologia indiana come in ogni altra si ha pure la storia, non positiva, reale, critica degli eventi e (1) li sig. Adolfo Pictet, ginevrino, pubblicava nel 1863 un suo lavoro intorno alle origini Indo-Eu- ropee e agli Arii primitivi Esaminando l'origine del nome Dio e facendolo derivare dal sanscrito dice, che non significa il luminoso, ma propriamente il celeste. « Veramente, così egli, questo implica la nozione di un Dio collocato al di sopra del mondo ». Il sig, Pictet non vide l'analogia tra queste nozioni, e non pensò che trovasi anche nel jupiter latino , Dio, Giove, etere, aria, cielo, ecc. 1 istessa idea. — 76 — delle cose umane, scienze, arti, ecc. ma fantastica, immaginosa, poetica e, nel suo fondo, non meno veridica dell'altra. « Gli angiras, ossia i raggi solari, dice V amico mio nell'erudito suo lavoro citato, accom- pagnati dallo strepito del tuono, aprirono la via dell'ampio cielo, trovarono il giorno, il cielo, la luce, le vacche, f Fonti Vediche, pag. 19) ». Ma ricordiamoci, che nell'infi- nita moltiplicità degli Dei, nel continuo in* carnarsi e riprodursi del Dio, nell'univer- sale palingenesia si riconosce un principio unico , un' origine sola delle divinità infi- nite, moltiplicantisi, o, forse meglio, tripli* cantisi continuamente; la luce, il sole, il cielo , il luminoso è padre di tutto, è padre degli uomini e degli Dei; il luminoso e djàus* che noi sappiamo essere lo stesso che Zeus. Lasciando la questione , che accenna il Balbo nella sua Medit. X, 8, se il culto di Buddha sia anteriore o posteriore ai Vedi, siamo costretti ad ammettere il fatto del- T esistenza nell'India, come da per tutto, delle due opinioni intorno al culto della divinità, l'una filosofica, critica, razionali- stica e, direi quasi, eretica, l'altra volgare- — 77 — credula, fantastica, amica del maraviglioso, e che si crede ortodossa; gli uni escludono l'elemento divino, assoluto dall'umano, il celeste dal terrestre, distinguono Iddio dal- l'uomo, le leggi naturali dalla natura, la causa dall'effetto; sono severi, inflessibili , logici; non più contenti dell'autorità, cre- dono solo il vero conforme alla ragione assoluta: gli altri confondono l'uno elemento coll'altro; secondo il grado dell'intelligenza loro danno forma umana più o meno eccel- lente al Dio loro insegnato dall'autorità, l'identificano colla Natura e colle sue leggi, colle sue forze. Quindi il Djàus è il luminoso, il cielo, la luce , ecc; luna e Lucina secondo Max Mùller (Scienza del Linguaggio, Lett. I), derivano da lucere; e credo anche Diana abbia la stessa radice di Zeus da djàus (1), tanto più che la Cornua Phoebe (Ovid. Metam. I, 11 ) insieme col suo fratello Phoibos (1) È noto il poetico Zenòs J Zeni, Zèna, tema Zen, e invece dell'accus. Zòna, talvolta, sebben raro, Zen, tema Ze. Il sig. Renner di Dresda, della scuola del Curtius , seguitando il Maestro, dalla rad. diF , div , deriva il diòs , diì ecc.: dalla medesima, aggiunta la vocale epsilon in greco, d sanscr. ( dìeF , diev J san- — 78 — (Phoebus) sembra avere l'istessa origine di phos , lux, phaos, phaeos, lux, dies. Constatata la etimologica idea di Zeus , djàus, non è difficile trovare la sua paren- tela con Jupiter. Diespiter usano i Latini in luogo di Jupiter; così Orazio: namque Dies- piter Igni corusco nubila dividens (Od. I, 34, 5-6 J. Diespiter consta di due voci dies, giorno e piter, sanscrito pità, invece di pitàr , greco pater (coWeta), padre (Curtius, Comm. § 134, p. 61 ). E Pater semplicemente invece di Giove dicevano pur i Latini, come pro- vano Orazio e Virgilio (Od. 1,2, 2; G. I, 283 , 328 , 353; li, 325 etcj; e il nostro Dante Padre chiama il buon Apollo (Par. I» v. 28 ) e il Petrarca chiama Padre il Eettor del cielo ( Canz. all'Italia I , v. 14 ). Dies poi significa giorno, luce, sole; il Virgiliano te veniente die, te decedente (G. 4, 466 ) è tra- dotto dal Tasso: Lei nel partir , lei nel tornar scrito djdv ) il noni. Zeus ; respinto il F e il suo cor- rispondente v od u. la rad. dje (sans. djd); onde il tema Ze dall'acc. Zen, e il tema Zen, aggiunto il ni, gen. Zenos, ecc. Ora da questo dja coll'aggiunta del ni ( djanj credo che venga Diana. Riguardo al ni aggiunto, ricordiamoci del ningit. e nìvis, ninguis. — 79 — del sole (G. L. XII, 90); la darà dies fuga le stelle ( Mn. V. 42-43 ); la Dies e VMther sono pure i genitori del cielo, e da costui e dalla dies è nata la Venere prima ( Cic. de nat. Deor. Ili, 17, 44; 23, 59 J; la stella Ve- nere poi si chiama in greco Phosphoros, Lucifer in latino, quando precede il sole, Hesperos , quando vien dopo f Ivi , II, 20, 53 ). Diespiter adunque è il padre giorno, il padre luce ; ze , zen , dje , djà , djev , djàv , quindi Zeus, genit. Bios, e Zenòs partono da una medesima radice diF, da cui viene an- che dies, onde dies-piter, Ju-piter , nella cui prima parte jt£ si trova l'istessa radice diF. Abbiamo infatti da Quintiliano il victore Diiove, che sta per victori Diiovi (Inst. orat. I, 4, 17 ), dove il Diiovi evidentemente è lo stesso che Jovi , dat. di Jupiter. È quasi inutile il far osservare in Diiovi il passaggio (ielV epsilon della rad. djev in o; solo riguardo alla derivaz. di questo diev dalla rad. schietta diF , io non consento pienamente col sig. Renner, e più che aggiunta io considero la vocale di mezzo nata per effetto del jod e del digamma. Del resto dalle cose esposte intorno alla natura del jod, e dal dat. Diiovi — 80 — per Jovi si vede chiaramente che Jupiter equivale a Diupitcr e l't* sta per Yeu od ev\ così abbiamo pur l'allungamento della vo- cale radicale upsilon dai temi phug , pres. pheugo (lat. fugio ); tiich, fut. teucsomai; piith, fut peusomai; rhii, fut. rheusornai (1) e il nome rheuma ; questo eu davanti a vocale si mutò in eF e poi il digamma scomparve del tutto. (Curtius, Gram. § 248, 322; Comm. Cap. VI. pag. 51 , etc. ), Ju adunque è lo stesso che djev, d'onde Zeus; Ju-piter lo stesso che Djeu-piter e Dies-piter , caduto nell' uno il sigma, nell'altro il v; nomin. Djev-piter , Dìespiter, Ju-piter, composto; negli altri casi, tralasciatosi il piter , padre , si ritenne solo il semplice djev, onde Diiovi o Jovi, ; dall'acc. Jovem venne l' ital. Giove , come si é detto di sopra in principio. — Ciò posto, può cia- scuno facilmente conoscere l'identità di ra- dice in jugum , zeugos , giogo ; in zeugnymi , jungo, giungo fin senso di unire J-, e la ra- (I) Questi presenti tugchan-o , punthan-omai hanno l'aggiunta della sillaba an nel tema e la radice rin- forzata dalla nasale; il pres. rheo, vien dal tema puro rhu; Vupsilon della radice si rinforzò in eu , eF , quindi il digamma scomparve. — 81 — gione del vai poetico per raggi, radii, come Dante usò mai per maggi, i fioretti, gli ar- boscelli freschi di maggio (V. Purg. XXVIII, v. 36) e raja (Ivi, XVI, 142) e raggia { XXXII , 54 ) da raggiare , lat. radiare che occorre presso Ovidio (Metam. passim). Ma insistiamo brevemente ancora sul nome Ja- piter a vederne i sensi varii. Non solamente è hominumque divumque aeterna potestas e andron te theon te pater; ma presso i Latini è aria, cielo, etere. Il poeta Ennio, secondo che ci narra Max Mùller ( Scienza del lin- guaggio, Lettura III, pag. 99) era più che un poeta, più che un maestro di lingua; tradusse due opere d'autori greci dimostranti, che Zeus non significava altro che aria e gli altri Dei erano nomi delle forze della na- tura , ovvero uomini ; ma i numi greci non esistettero giammai. Non è a dire se teorie sì fatte fossero ben accolte in Roma , che faceva della religione uno stromento di po- litica; in Roma conservatrice in questa mate- ria e in questi tempi sopra ogni altra re- pubblica; awersissima al pari di Atene e di qualunque governo stabilito , antico e mo- derno , ai filosofi , ai ragionatori e perfino e — 82 — ai grammatici. Ennio non venne perseguitato, come altri ; ebbe anzi carezze , perchè go- deva del patrocinio dei potenti. ( Mùller , ivi). Ma i poeti intanto continuavano ad applicare al Padre e degli uomini e degli Dei anche gli altri significati; quindi Virgilio: Et jam maturis metuendus Jupiter uvis ( G. TI, 419), e quasi per ironia chiama Padre on- nipotente Etere , e lo fa scendere in grembo a sua moglie: Tura Pater omnipotens, foecundis imbribus aether, Conjugis in gremium Jsètee descendit, et omnes Magnus alit, magno commixtus corpore, foetus(l). E se Jupiter uvidus auslris è detto da Vir- gilio ( G. 1 , 418), Orazio ha: Manet sub Jove frigido Venator ; e : Quod latus mundi nebulae malusque Jupiter urget (Od. I, 1. v. 25-26; — 22. v. 19-20); quindi non solo sub Jove, ma usò anche V altro termine più vicino alla radice diF, sub divo, onde, caduto il v, sub dio, che si legge in Orazio e in Virgilio, ed è comune non solo presso i poeti, ma anche presso i prosatori. Ora difficilmente fi) Ivi, II, 325-327. V. purè Ecl. VII . 60: Jupiter et laeto descendet pìurimus imbri. — 83 — senza l'aiuto della filologia e della filosofia, senza critica, si può intendere pienamente la forza di quest ? espressione comunissima sub divo vitam agere , ovvero sub divo , sub dio mori ecc. È prodigiosa la varietà della teogonia; il fondo tuttavia non varia o ben poco: son diversi i nomi, non le idee, non il processo logico, perchè negli uomini v'è una lingua mentale identica in tutti , sebbene differen- ziino tra loro le lingue articolate. Gravi considerazioni ci fornisce la teogonia di Esiodo; il Caos primieramente , poi la Terra ( sede sicura di tutti gl'immortali) e Amore; dal Caos nascono Èrebo e Notte nera; da Notte l'Etere e il Giorno; la Terra uguale a sé genera il Cielo stellato. Tra inati dalla Terra e dal Cielo v' ha Rronos , ( Saturno ) deinotatos paidoon, che, per preghiera della madre desiderosa di vendicarsi della cru- deltà di Urano verso i figli , brutto oltrag- gio fece al Padre. Vi sono ancora i Titani: ma ommettendo il resto , noteremo anche qui la deificazione di cose naturali, de'mali perfino, de' difetti dell'uomo e delle leggi della natura. Anche Cicerone avverte questo — 84 — fenomeno , che si può dire generale , pro- prio delle mitologie di tatti i popoli; il po- polo Romano superstizioso, e conveniva ai prudentissimi padri il mantenerlo credulo, quali Deità adorava perfino la Febbre e la mala Fortuna (De nat. Deor. Ili, 25, 63). Al- tro fatto degno di osservazione è nella mi- tologia romana il numero degli Dei, che si va aumentando, non solo pel divinizzarsi (come avviene presso gl'indiani e gli altri antichi ), dì ogni cosa, ma ancora per l'introduzione delle divinità straniere, non ad un tratto, non in sul principio della repubblica; ma a poco a poco e verso il fine. Quindi nel- l'intero corpo della mitologia latina occupa gran parte la greca e l'italica ; abbiam pure qualche Deità orientale. Come il Senato aveva ascritto Romolo tra gli Dei, così Ti- berio voleva Cristo , udita la relazione in- torno alla sua morte, annoverare tra gli Dei Romani; ma non vi riuscì; anzi Giudei e Cristiani furono derisi, odiati, perseguitati; i Giudei e i Sirii, dice Tullio, sono nazioni nate alla servitù (De provinciis consularibus oratio V, 10 ); Gerusalemme cadde e i Giudei furono dispersi. — 85 — È pur da notarsi il fatto , credo conse- guenza del precedente , di più Dei d'un me- desimo nome e di nomi diversi attribuiti al medesimo Dio. Talora le divinità straniere assumono nome latino ; talora non è intro- dotta , ma indigena la Deità , che assume nomi diversi , o per la diversità degli attri- buti, o per la diversa derivazione della ra- dice de'nomi. L' Urano greco è il Cielo dei Latini, il Crono è il Saturno ; tre e più sono i Giovi , tre le Diane , cinque e più i Dionisii ; sono più e con nomi diversi eziandio presso i Greci i Dioscuri; tre i Cupidi , di cui il primo è nato da Mercurio e Diana ; cinque i Mercurii , di cui l'uno è nato dal padre Cielo e dalla madre Dia ; quattro le Veneri di cui la quarta nata da Siria e Cipro si chiama Astarte; quattro e più i Vulcani e il secondo nacque da Nilo , è detto Phthas dagli Egiziani ed è custode dell'Egitto ( De nal. Deor. Ili:, 23 et passim); Apollo, secondo Cicerone, è nome greco e vogliono che significhi il Sole ; l'altro suo nome phoibos , (pho-i-b-os) parmi di certo derivare dalla stessa radice di phos e phaos , luce, giorno. Dissi, che anche Diana deriva dalla stessa radice diF, onde Dies e Dies piler — 86 - e Jupiter e Zeus, ecc. ; or bene Cicerone, quan- tunque al par di Platone, non troppo filologo, facendo derivare il nome di Jupiter dajuvans pater e Jovem a juvando (De nat. Deor. II, 25 , 64 ) , tuttavia ha pur questo passo : Diana dieta, quia noctu quasi diem effìeeret (Ivi , 27, 69); e i Greci chiamano Diana Lucifera (Ivi, 68). Si osservi ancora, che uno de'Mercurii è nato dal padre Cielo e dalla madre Dia , il primo de 1 Cupidi da Mercurio e Diana , la stella di Venere Phosphoros in greco , Lucifer in latino si dice : della Venere prima son parenti la Dies e il Cielo ; la Diana prima e il Dionisio primo nascono da Giove e da Proserpina, il quarto Dionisio da Giove e dalla Luna, questa e Diana vogliono che sia la stessa Deità , sorella di Apollo , il Sole ( De natura Deor. passim) e Lucina, che Tullio vuole sia Giunone, così invocata nei parti ( Ivi, II, 27, 68 ) da Vir- gilio è detta di Apollo (Ecl. IV, 10) ; infine la Luna, la sorella di Apollo , di Phoibos è chia- mata anche Phoibe:\e radici , onde vengono tutti questi nomi , già spiegate di sopra diF, luc,pha o pho (phos,phaos) tutte significano luce e splendore , e le varie relazioni di paren- tela di Diana colle altre Divinità confermano la nostra tesi. -87 — Infinita moltitudine di esseri divini popò* lano l'Olimpo; le virtù , gli affetti, i senti- menti umani sono rappresentati sotto forma di Dei; consecratala Fede, costrutto e rinno- vato il tempio della Virtù e dell'Onore ; la Salute, la Concordia*, la Libertà , la Vittoria di- vinizzate [De nat. Deor II, 23 , 61). Che più ? Sono da credersi per Dei il Dolore, la Paura, la Fatica , VInvidia , la Vecchiaia, la Morte, le Te- nebre, la Miseria , la Frode , i Sogni ecc., Dei tutti nati dalla Notte e dall'Erebo (Ivi, III, 17, 44). Eppure in fondo a un culto così fatto , a una teogonia così complicata si ammette da tutti una semplicità straordinaria nei tempi primitivi. In una sua lettera intorno alle feste degli antichi Scipione Maffei , l'au- tore della Verona illustrata , notando la reli- giosità loro nell'osservanza delle feste , dice pure che questa religiosità si osservò finché esse furono in numero proporzionato , ma coll'andar del tempo vennero moltiplicando a dismisura, e questo gran numero produ. ceva più disordini e perciò venne più volte ristretto. Sono dunque effetti di età avan- zata , oziosa , molle e corrotta il moltiplicarsi degli Dei e delle feste, il lusso e lo splendore esterno del culto complicato e confuso; la bel- lezza vana e fittizia del mondo esteriore cerca sempre e in tutti i luoghi di coprire l'incredu- lità e il vizio dell'interno dell'animo guasto e perduto. Nei tempi primitivi semplicità gratis- sima , virtù e fede eroica da per tutto quasi ; ciascuna famiglia, ogni città ha i suoi Dei Penati, gl'Indigeti; i Numi protettori del bene pubblico , dell'unione delle genti , della città, della Repubblica , rendon sacro il focolare domestico ; un Nume supremo, reggitore del Cielo e della Terra , non despota assoluto, (essendo la tirannia propria delle civiltà pu- tride) ma con altri regnante , con essi divide l'impero del mondo e anche nel governo delle cose terrene si giova del consiglio degli Dei inferiori a Lui ; il cielo è costituito a somiglianza della città, della famiglia stessa. Ciascuna famiglia è gelosissima de'suoi di- ritti, della conservazione della sua libertà , de'suoi Penati ; lo stesso è di ogni città, di ogni popolo ; quindi atrocissime le guerre d'indipendenza, che finiscono coli' orrenda distruzione delle città vinte , gli abitatori trasportati nella città vincitrice, fatti schiavi o coloni , o clienti o plebei , ma sempre infe- — 89 — riori : ogni traccia della vita , dell' essere florido e potente cancellata; ma gli Dei, quantunque non più onnipotenti , non si possono cancellare dalla memoria dello sven- turato , le tradizioni sopravvivono al nau- fragio delle cose pubbliche, finche il tempo, operatore di miracoli, autore di grandi me- tamorfosi, fa alterare e quasi scomparire la propria fisionomia , la propria storia scolpita dal popolo nella sua religione , nelle sue tradizioni. Talora le città coesistenti su un medesimo territorio circoscritto da monti , fiumi e mare o perchè si riconoscono so- relle ( come per lo più avviene ) parlanti una lingua identica, almeno in fondo, cre- denti ne'medesimi Dei , legate da comuni vincoli di sangue e d' interessi ; od anche per mitezza d'animo , per singolare beni- gnità del cielo propizio, per naturai sapienza, vivono concordi , unite in alcuni interessi generali da qualche patto, ma ciascuna si- gnora di sé stessa, governantesi con proprie leggi e proprii magistrati ; e in allora ab- biamo le confederazioni. Ma questa non è che una forma transitoria ; più o men du- ratura , deve cessare al fine , e lasciare il — 90 — campo alle grandi unioni , alle grandi sin- tesi}, che si vanno via via ingrossando a spese dei piccoli , de' pusilli. Ecco i varii stati della Grecia muoversi, agitarsi fino al prevalere di due città, le quali amiche per alcun tempo , ora l'una , ora l'altra predo- minante, si fanno aspra guerra, in cui una rimane superiore , ma per breve tempo ; la prepotenza muove lo sdegno , fa insor- gere una città oscura, cittadini oscuri, crassi , i crassi Beoti , gli oscuri Tebani; i lor duci supremi in breve si acquistano gloria im- mortale a Lentra , a Mantinea; la rocca è liberata , gli oligarchici scacciati. Fu un lampo quella gloria ; la Grecia intanto stanca delle divisioni, delle lotte sanguinose, passa in mano d'un solo, del Macedone, che ven- dica l'insulto della Persia alla Grecia, del- l'Asia all'Europa; forma una grande sintesi dell'Oriente e dell'Occidente, fa trionfare il principio della libertà, del progresso , della ragione sul principio (se pur v'ha principio) della servitù, dell'immobilità, dell'autorità superstiziosa e cieca. — Il movimento orien- tale produsse pure delle grandi sintesi , la Persiana , l'Assira , ecc. ed ebbero queste — 91 — sintesi i loro rappresentanti, i grandi condot- tieri dei popoli, che i popoli poi adoravano. Ma la più grande unione, la più gran sin- tesi, veramente maravigliosa, politica, reli- giosa, letteraria, filosofica e sociale è quella di Roma, che si compone delle città italiche e d'una gran parte delle terre d'Europa, Asia, Africa; i cittadini del mondo sono cittadini dell'eterna Città, Vorbis si è confuso nélY urbs , e V urbs si è diffusa ne\V orbisi romanitas è il termine significante sì grande sintesi , al qual termine corrisponde quello di christianitas. — Si dee tener conto ancora dei centri di coltura , quali sono Atene per la greca, Alessandria per la greco-orientale: e Roma ci dà pur una storia universale del mondo antico, in cui si contemplano come in un quadro, le vicende dei popoli, e ci si porge il lento crescere e progredire di un popolo , che abbraccia nel suo seno tutti gli altri, il decrescere e il cadere , onde la storia Romana quasi essa sola fornì a due sommi ingegni italiani materia alle più alte e gravi discipline, la filosofia della storia e la politica ; la storia poi della coltura antica ne' due centri principali , in Atene e in Ales- — 92 — sancirla, a cui Roma però non rimase estra- nea , ci dimostra quanto possa lo spirilo umano , fin dove può giungere la mente dell'uomo , quali sono gli effetti della sua immaginazione, della fantasia, dell'intelli- genza; ci somministra una filosofia delle arti, delle scienze, delle lettere; ci spiega le ragioni della coltura. E perciò , come la storia Romana specialmente ci può fornire il tipo , l'idea d'una storia eterna di tutte le nazioni, così la storia della coltura greca da Omero infino agli ultimi Alessandrini ci può dare 1' idea d' una sloria dello spirito umano; l'impero Romano infine (dalle sue origini, narrate dalle tradizioni, cantate dai poeti , sino alla sua caduta , abbracciarne tutto ciò che fu di civile nell'antico mondo , estendentesi da un'estremità all'altra, assor- bente colla conquista dei popoli la loro coltura e di nuovo poi diffondentela), l'im- pero romano rappresenta , come abbiamo detto, la massima sintesi umana. Dissoluzioni e ricomposizioni, analisi e sintesi, ecco la storia delle idee e dei fatti dell'uomo , del suo pensiero e della sua azione, della sua mente, del cuore e del braccio, dell'anima — 93 — e del corpo , la storia insomma dell' uma- nità. Or bene quali ne furono le origini , quale ne sarà il fine? Quali le leggi ? Con- viene a conoscere queste cose altissime esaminarne la natura Possiamo noi sapere queste cose ? L' uomo può conoscere se stesso? Il morale precetto gnothi se autori dai Sapienti predicato , scolpito sul tempio di Apollo, nulla sarà per la storia? Ecco il gran problema che agitò le menti più pro- fonde; ecco il gran pensiero dell'umanità, conoscere le sue origini e il suo fine, le sue leggi e la sua natura. Alla storia delle origini grande aiuto presta la filologia, che giova pur assai alla filosofia; l'uomo colla parola manifesta il suo modo d'intendere , sentire e volere ; lo studio delle lingue, e massime delle antiche , giova potentemente all'archeologo non meno che al filosofo. Ho fatto una breve discus- sione sul nome di Zeus , Jupiter e mi sono trattenuto alquanto sul nome di Diana (1), [I) Lunae Diana hanno nellaloro rad. l'idea di luce; in tedesco è questo nome maschile der mona; d'onde deriva? Pare, come vedremo , che derivi da radice comune coi greco men e significhi il misuratore. — 94 — avente con quelli comune radice ; si crede questa Dea dai Sabini introdotta in Roma: Numa Sabino istituisce tra le altre cose i Flamini (tra i quali vi è il Flamen Dialis , il sacerdote di Giove) e fa costruire un tempio a Giano (Janas), sempre chiuso durante il suo regno pacifico. Ora se noi seguitiamo il medesimo principio filologico sovra esposto intorno all'origine del nome di Giove, Zeus , djàus, e dja, za eolico, onde il poetico Zenòs, Ièna e Zen, e pel quale spiegasi il Diiove di Quintiliano, onde appar chiaro il dialis flamen e dles e Diana e Zeugos , jugum , giogo , ecc. se noi seguitiamo , dico , questo principio medesimo, avremo, che Janus, Giano è equi- valente allo Zeus , Giove, (filologicamente parlando) all'Omerico Zenòs, acc. Zena e Zen, tema Zen e Ze (V. Curtius Grammatica § 177 D. traduz. di Giuseppe Mùller) , eolico Za, nato dal dja, ovvero dia (Comm. § 5). Certo non si può negare , che nella voce Janus, contengasi l'idea di luce e splendore ed abbia quindi col djàus o Zeus o Zan , o Za una strettissima relazione filologica ; è questo un corollario di quanto si espose intorno ai nomi di Giove e diana. Ma non pur dalla — 95 — filologia, ma dalla tradizione serbata dai poeti teologi o mitologi e tramandataci da Livio e dagli altri storici romani e dagli eruditi greci, i quali direttamente o per digressione ragionarono intorno alle cose romane , ci viene attestata la verità di sì fatta propo- sizione. E infatti Orazio ha: Matutine pater, seu, Jane, libentius audis , unde homìnes operum primos vitaeque labores instituunt... tu carminis esto principium; e da Giove e in Giove inco- minciavano e finivano i canti dei Greci : ek Dios archometha, hai es Dia legete (il primo età) Mousaì; così incomincia Teocrito il suo encomio a Tolomeo. E Marziale: Annorum, nitidiquesalorpulcherrime mundi ,publica quem primum vota precesque vocant .. Jane etc. È noto il passo del primo de'Fasti di Ovidio, in cui si parla di Giano ; gli antichi il chia- mavano Chaos , il primo degli Dei secondo Esiodo (Theog 114); risoluto il globo e la massa informe, il Chaos , ne'suoi elementi , coll'aspetto e colle membra degne d'un Dio, Giano presiede alle porte del cielo insieme colle miti Ore ; quindi ora si chiama Pa- tulcio , ora Cìusio, nomi facili a spiegarsi ; e Giove per ufficio di lui it , redit e dal verbo — 96 — ire Janus. Nella moneta di bronzo o di rame vi è segnata da una parte la forma di nave , dall'altra la forma bicipite , perchè accolse Saturno cacciato da Giove, secondo Ovidio, dai regni celesti, secondo altri da Creta, e venuto su nave al Tosco fiume, e la gente fu detta Saturnia, e la terra Latium, latente Deo. Regnando Giano, gli Dei stavano ancora in terra; non ancor la scelleratezza umana avea fatto fuggire la Giustizia, non era an- cora finita l'età dell'oro. E Cicerone: Quum- que in omnibus rebus vim haberent maximam prima et extrema , principem in sacrificando Janum esse voluerunt , quod ab eundo nomen est ductum , ex quo transitiones perviae jani , foresque in liminibus profanarum xdium januse nominantur. — Come Jupiter d&juvante pa- tre, così da eundo Janus è derivato dal nostro oratore; ne abbiamo già spiegata la causa parlando di certe etimologie di Platone; in tutte le scienze positive, e la filologia è tra esse, non basta il divino ingegno, si ri- chiede l'opera del tempo e dell'esperienza. Ovidio nella Metamorfosi dà a Giano per moglie Venilia; i commentatori a questo luogo dicono gli uni aver Giano per moglie — 97 — presa Venilia, gli altri Camesene o Camesna, o Camena. (Metam. XIV, 334. Gottlieb Erd- mann Gierig. Lipsiae 1807); Ateneo poi ri- ferisce Camasene sua moglie essere sua so- rella (Deipnosoph. XV. 19); onde anche in ciò il nostro Giano somiglia a Giove. Sarei infinito se volessi citare tutte le autorità ri- guardanti questo Dio curioso (1), che l'illu- stre Vannucci dice il più antico Dio na- zionale. « È dapprima un re degli Abori- geni , che si fa glorioso dando insegnamenti d' agricoltura e di religione. Poi diviene il più grande dei numi ed è pieno di varii e moltiplici simboli » . ( Storia dell' Italia an- (1) V. Horat. Satyr. II, 6, -20-24; Mart. Epig. X, 28; Ovid. Fast. I; Cic. de nat. Deor. II, 27, 67; Ovid. Metam. XIV, 334, 785, 789. Lipsiae 1807; Virg. VII, 180,610; VIII, 357; Heyne, Excurs- V ad JEn VII; Marziale ne parla ancora ne'seguenti luoghi : Epig. Vili , 2, dov'è detto Fastorum genitor parensque ; e nell' ottavo epigramma del medesimo libro : Te primumpia thura rogent e te. ; e nel 66: pacificus Janus; e nel lib. IX, 2: Dum janus hiemes — annis commodabit: e Svetonio Div. Aug- 22 il chiama Janum Quirinum: e Vellejo Patergolo ha; certae pacis argumentum Ja- nus geminus clasus dedit (II, 38, 3} : Giano nuovo, anno nuovo, incominciatore delle Colende, rinnovato sole tica. lib. I. Gap. V. 2 a ediz. Firenze; Le Mo- nier, 1863). Panni adunque indubitabile, che: 1° il nome di Giano abbia l'idea di luce, sole, splendore, ecc.; 2° che questo nume abbia la medesima importanza che Giove; 3o che sia divinità Sabina, sia il Giove Sa- bino e quindi la sua doppia fronte rappre- senti l'unione o, come dicesi con vocabolo non troppo bello, la fusione del popolo romano col Sabino, della città di Romolo con quella di T. Tazio (Vannucci Op. cit. II, 2, pag. 391). So che si attribuiscono al bifronte altri significati, come quello del sole oriente e del sole occidente , del passato e avvenire, della pace e della guerra; ma (Edyll.8; Monost, de menèibus; disticha :■_, de mensibus ) leggesi in Ausonio. In Cicerone leggesi di alcuni optimis viris ad Janum medium sedentibus ; così le mi- gliori lezioni, e si confronta questo luogo con [deoff. II, 25, 90 ) quello d'Orazio : omnis res mea Janum ad medium fracta est (Satyr. II, 3, 18-19), e spiegasi pel luogo del foro, dove convenivano gli usurai, mensarii et argentarli, trapezitai ; ed erano detti Jani passaggi coperti o arcate, dove finivano molte vie, che sboc- cavano nel foro- (Comm. del Bindi). Ma il gesuita Jouvency disse ch'era una via aggiunta al tempio di Giano, e la prima parte dell'arco era janus primus, e medius la media. — 99 — oltre questi varii sensi debbonsi pur am- mettere questi di Giove Sabino, di Sole, Luce e di anione delle due genti; non solo dell'al- legoria Dantesca, (V. Lettera a Can Grande), ma di ogni altra e di ogni simbolo è proprietà intrinseca Tessere di più sensi; quindi il fa- cile accomodarsi di queste forme del pensiero umano alle svariatissime e talora stranissime spiegazioni. Ma la maniera, con cui spiego questo mito, parmi confermata da sode ra- gioni. Giuseppe Jouvency nel commento al luogo citato di Orazio (Satyr. II, 6, 20-24; dice che Giano era null'altro, che il sole o il tempo, chiamato Matutino dalla Dea Matuta, l'Aurora; si aggiungano i luoghi citati di Marziale, nitidique sator pulcherrime mundi, ecc. e di Ausonio della nota precedente ; Giano accolse Saturno, il Kronos de' Greci, cacciato da Giove da Creta o dal Cielo , e Kronos, lo stesso che Chronos, è il tempo, o come vuole Cicerone spatium temporis; mentre adunque in Creta o in Cielo regna Giove , che caccia il padre Saturno, in Italia regna Giano, che accoglie il povero esule nume, e l'età di Saturno è quella dell'oro, e l'I- talia è da lui detta Saturnia. Conviene ri- — 100 — chiamarci alla mente, che ogni popolo ha il suo nume principale , padre di tutto e di tutti, l'alta riconoscenza ai benefattori dell' uman genere, ed anche lo spavento, V odio per li tristissimi popolò di numi il cielo; quindi Ercole, Castore e Polluce, Esculapio ecc. ( De n. DAI, 24, 62); quindi i numi terribili dell'Egitto, della Grecia e di Roma , e anche le stesse forze naturali credute propizie , o avverse sono deificate. Ma specialmente il condottiero delle genti, che col senno e col valore difendeva, sal- vava, dava vita alla nazione o non esistente ancora, o pericolante , era dai posteri ado- rato. Ogni nazione pertanto ha il suo Giove: onde il Giove Laziale, venerato sulla vetta del monte Albano , era custode della lega Latina, e tra gli Osci ed i Sabini si rendeva culto alla luce sotto il nome di Giove Lu- cezio (Vannucci, Op. cit. I, 5). Ma Giano e dalla filologia e dalle testimonianze arrecate ci viene spiegato per luce, per lo splendido, il luminoso, come Giove. Ricorderò ancora il titolo di Quirino dato a Giano da Svetonio e quello di pacifico da Marziale , e gemino da Velleio Patercolo (V. nota precedente); — 101 — così pure Tito Livio , narrata la tragicomica pugna del ratto delle vergini , venendo alla composizione, per cui non solo pace, ma di due una sola città si fece , e il regno accomunato , si trasportò l'impero a Roma, conchiude: « Ita geminata urbe, ut Sabinis tamen ali quid daretur, Quirites a Curibus ap- pellati (I, 13) È da notare, che Romolo invoca Giove e a Lui Statore, perchè facesse la turpe fuga dei Romani Stare , vota un tempio e consacra a Giove Feretrio le prime spoglie opime, e i Sabini sono senza il loro Giove; Numa a render mite il feroce animo dei Romani, svezzandoli dalle armi, Janum ad infimum Argiletum judìcem pacis bellique fecit. (I, 10, 12, 19y . Erano i Sabini uomini severissimi, e tra essi ed i Romani era quistion d'impero e non di donne (Cic. in Vatinium et de off. I, 12, 38 ); anche Ovidio parla dell' eguaglianza di diritti tra i due popoli (Metam. XIV, 805-806 ), e come Giano ha il suo colle, la sua rocca, il Gianicolo, così Romolo , il Dio Quirino , il suo con questo nome ( Fasti I, II ); e Virgilio fa edi- ficare la città ( che, se non è Roma, è posta nel luogo, dove Roma sorse dalle reliquie — 102 — di quella), dal Padre Giano e da Saturno; quindi una parte di essa città è detta Gia- nicolo, Saturnia l'altra; la prima alla riva occidentale , la seconda all'orientale del Te- vere ; e questa fu detta di poi sede Tarpeja e il monte Saturnio monte Tarpejo e poi monte Capitolino, ov'era in grande onore il culto di Giove Capitolino (V. Mu. Vili, 347-358 e i Commentatori). È singolare poi quest' opi- nione, riferita da Tacito a proposito del pomerio: forumque Romanum et Capitolmm non a Romulo , sed a Tito Tatio additum urbi credidere ( Ann. XII, 24 ). Che più? Cicerone, il quale in più luoghi delle opere sue parla con molta lode dei Sabini, nel lib. II, 8, 14 De re publica narra, che Romolo , pose alle trenta curie il nome delle trenta vergini rapite, le quali furono interceditrici della pace e alleanza. La storia pertanto e la tradizione concordemente attestano e il valore e la sapienza dei Sabini, e il Qui- rino Giano ( anche Orazio il chiama Quirino, secondo le migliori edizoni (1), siccome os- ti) Le altre edizioni hanno: Janum Quirini; così quella di Norimberga, 1774 e quella seguita dal gè- - 103 — serva il Bindi }, questo antichissimo Dio » che sposa la sua sorella, ed è nitidi sator pulcherrimus mundi, ed ha culto speciale in Roma per Numa, Sabino , a me senza con- trasto alcuno sembra tenere luogo del Giove di quel popolo , che fece con Tazio guerra e pace col popolo romano e gli diede per re Numa e il suo nipote Anco. Io so , che mentre alcuni eruditissimi tedeschi , il Niebuhr tra gli altri , hanno assegnato all'elemento forastiero, e massime all'Etrusco ed al Sabino , gran parte nella formazione dell' Urbs , nella politica, civile e religiosa costituzione di Roma, dando così luogo anche nelle origini a quell'eclettismo, che parmi sia naturale espressione della let- teratura e della filosofìa romana , altri pre- tesero , che il popolo romano abbia mani- festato nella lingua, nella civiltà e nella religione uno sviluppo schietto e nazionale, suita Giuseppe Jouvency , il quale osserva , che erano molti i templi di Giano in Roma, uno tra i primi quello che si chiama Giano di Quirino,, ossìa di Romolo , dal quale fu edificato; ma quasi tutti hanno abbandonata tal lezione e il commento an- nesso. (V. od. IV, 15, 9). — 104 — qual pochi altri mai ; ed è massima stra- vaganza il trasformarlo in un ammasso confuso di frammenti etruschi e sabini, ellenici e perfino Pelasgici. Di questa opi- nione è il dott. Teodoro Mommsen,il quale dice, che la nazione romana è stata nella sua origine una nazione latina per eccel- lenza , e Roma si è messa alla testa della confederazione latina. Egli ritiene ed afferma espressamente, che Roma sia stata formata coli' unione di tre cantoni latini, i Ramni (Ramnenses), i Tizii (Titienses) e i Luceri (Lu- ceres), interpretati dagli altri pei latini, o romani puri, (ed io credo romani, sabini ed etruschi); e non vi mancarono di quelli che vi aggiunsero i Pelasgi, dell'esistenza dei quali , pare che il dott. Mommsen si rida , o almeno metta in dubbio, per non dire che neghi assolutamente la loropresenza sul suolo italico. Le questioni etnologiche sono tra le più diffìcili e importanti , la cui risolu- zione dipende specialmente dal progresso della filologia ; ed ecco la causa del fervore di questi studii in Germania , dove con massimo ardore si coltivano la scienza lin- guistica e la critica. Ed il dottor Mommsen — 105 — dà prova nella sua celebratissima storia di essere) valente nella filologia ; pure sembrano strane queste etimologie ; plebs e plenus de- rivano dalla medesima radice; consul da con (cum) , sul (sil-io) , consules quindi sal- tanti, ballanti insieme] praesul, exsul, da prae, ex-sul , colui che salta dinanzi o fuori ; in- sula, insula, cosa che salta dentro, in orì- gine il macigno caduto nel mare. È noto altresì il giudizio da lui pronunziato sopra alcuni storici nostri latini e italiani , Sal- lustio e Machiavelli , Tacito e Colletta , e intorno a Cicerone e a tutta la parte av- versa a Cesare (1) , e in generale sopra il (1) Il ritratto, che il Mommsen fa di Catone, è un po' ridicolo; te lo rappresenta come un Don Chi- sciotte; la sua morte è un'azione da pazzo (thor 3 sto- lido, matto), appunto come Don Chisciotte è stolido matto e la fa da tragico- Cercai di spiegare la ra- gione di tali caricature; è odio, disprezzo dei vinti? Il Bruker e il Ritter concedono a Cicerone in filo- sofia non grande merito , e Quintiliano con molte lodi non tace qualche vizio di lui nell'eloquenza e la sua vanità; e anche l'autor del dialogo de orato- ribus vi trova qualche difetto ( 18, 22, 25 ), e l'inco- stanza sua politica è a tutti nota; e nota Max Mùller le taccie di provincialismi fatte al giovane scrittore , di che poi vecchio si corresse, e quindi puramente — 106 — genio latino e italiano , proclive piuttosto alla retorica, che alla profondità del senti- mento. Non intendo io qui fermarmi intorno a queste esagerazioni , massime dopo l'as- sennata risposta del Capei fatta nel sunto, scrisse ; di qui le lodi tributategli e l'ammirazione universale. Di Catone, tenuto qual santo dai romani antichi, e certo virtuosissimo cittadino, alcuni apo- logisti cristiani cominciarono a scemare V inesti- mabile severità della vita, riprendendolo come usu- raio, duro e ostinato più che forte e costante, e tra questi censuratori mi rincresce d'aver a nominare il Manzoni. Dante, che fa l'apoteosi degli imperatori romani, o meglio dell'aquila imperiale, e condanna all'inferno, quali traditori, Bruto e Cassio, porta a cielo nella Commedia, nel Convito e nella Monar- chia la virtù di Catone ; il Machiavelli, maledicente a Cesare e a tutti gli oppressori di Roma , loda Bruto e i grandi autori di libertà. Non così Hegel nella su&Filosofia della Storia; i grandi pubblici de- litti sono legittimati dalla ragione dei tempi, e gli uomini perciò non ne hanno colpa. Io credo, che il dottor Mommsen abbia , nel disprezzare l'insussi- stenza della repubblica in questi uomini e in questi tempi, seguito il principio della politica del successo. Infatti qualunque rivoluzione , secondo lui, o usur- pazione è giustificata dinanzi al tribunaledella storia dalla esclusiva abilità di governare- Riguardo poi a Cicerone ed a Catone trovava il fondamento delle sue caricature nei severi giudizii espressi da'citati autori. — 107 — che di quest'opera del dotto alemanno pub- blicò nell'Archivio storico del Vieusseux ; solo farò osservare , che altri stranieri , te- deschi , inglesi e francesi , e il mantovano Bettinelli , gesuita , pronunziarono intorno ai nostri sommi, al divino Alighieri special- mente , sentenze molto più ingiuriose, e non hanno l'erudizione immensa e l'acutezza sin- golare del Mommsen , contro il quale, non meno che contro un altro dottissimo tedesco un grof. , latinista sì, ma non critico, va scagliandosi un po' troppo violentemente. Del resto un inglese nella Rivista di Edimburgo esaminando con molta imparzialità il lavoro del Mommsen , senza tacerne i difetti, lodalo così: «A considerare l'opera sua in com- » plesso, la piena conoscenza, che egli ha, » del soggetto , la varietà dell' ingegno suo » e la profondità de' suoi studi nell' etno- » logia , nella filologia comparata e nella »> storia , la sua grafica abilità nel descrivere » i caratteri delle nazioni e degli individui, • il coraggio con cui;, senza lasciarsi incep- » pare dal modo comune di vedere, egli » tratta la storia tanto nell'insieme, quanto » nelle particolarità, il suo vigore e la sua — 108 — » coerenza nel narrare, il vivo interesse, che » egli inspira in ogni parte del suo libro , » meritano al Mommsen , non temiamo di » asserirlo, il primo posto tra gli storici del » suo genere ». (Saggi e riviste. Bibl. pubblic. dal Daelli. Milano 1865J. Il medesimo au- tore dell' assennata critica di questa storia notando le esaggerazioni pronunziate contro Catone e Cicerone, colla testimonianza dei contemporanei, massime di Sallustio, av- verso egli pure a quella parte infelicg.ma virtuosa , e colla testimonianza dei tempi che a quelli succedettero inflno ai nostri, rettificando quel giudizio acerbo , severo e in parte ingiusto, difendeva la fama e pro- clamava il valore, la sapienza e la virtù di quei martiri della libertà della patria. Il Mommsen ha narrato la storia romana dalle origini alla caduta della repubblica. Levò grande rumore presso di noi quella parte dell'opera sua che riguarda i primi tempi di Roma , specialmente per la forza critica dominante. Abbiamo già citato qual- che sua opinione circa la pretta latinità di Roma, la nessuna influenza degli elementi eterogenei , il sabino , l'etrusco, il pelasgico — 109 — ecc. ; anzi disprezza l'elemento etrusco in Tarquinio il Superbo, in Mecenate, in Persio, combatte l'opinione , che la gioventù romana patrizia fosse mandala in Etruria ad appren- dervi YAruspicina. Ma codesto disprezzo per gli Etruschi non l'impedisce di recare alla storia di questo popolo nuova luce , come primi alleati marittimi de' Fenicii e come primi rivali dei Greci nel primato marittimo del Mediterraneo. Parmi che Giustino , o meglio Trogo Pompeo (Philipp. XLIII, 3-5) e Polibio (11,44, 16, 17, 19, 23; III, 22 ecc.) e Strabone là dove parla dei Tirreni , e il nome stesso di Tirreno od Etrusco dato al mare possano dare qualche peso a tale sen- tenza. È viva la descrizione della lotta tre- menda tra Cartagine e Roma ; con dolore ci fa assistere alla terribile catastrofe della regina dei mari. E a proposito della vitto- ria di Roma è profonda la considerazione, che le guerre da essa sostenute non si deb- bono attribuire alla voglia di conquistare , ma spesso alla necessità della difesa ; si tratta della vita di due nazioni , che con- tendono fieramente tra loro pel primato ; ugualmente potenti, si guardano con occhio — 110 — geloso , i loro domimi si estendono e si avvicinano i confini , e scoppia l'urto e la guerra micidiale; ecco la storia di molte lotte tra Roma e i varii popoli italici , e i Cartaginesi ecc. : talora sono gli stessi stra- nieri,* barbari, che per ragioni toccate da Cesare e Tacito, abbandonano loro sedi, si avviano alla volta dell'Italia, e se non sono arrestati , corrono a dar l'assalto a Roma. Bisogna osservare ancora quella specie di patronato esercitato da Roma sui popoli amici , e sebbene la morale antica sia lon- tana dalla moderna , grazie al progresso delle idee di libertà, sebbene il diritto non fosse riconosciuto , essendo riposto , come diceva Ariovisto , nella forza del vincitore , nel suo arbitrio , pure i Romani general- mente non abusarono , per quanto il con- cedessero i tempi, della forza ; erano disposti alla clemenza, e diedero segno non solo di superiorità fisica e materiale , ma eziandio di superiorità morale alle altre nazioni. Osserva ancora il Mommsen la prerogativa della grazia, che spelta al popolo e non al re, osservazione fatta già dal nostro Machia- velli (Disc 1,49); mentre il re era il pa- — Ili — clrone delle famiglie e dello Stato, appunto come ogni cittadino era il padrone della propria famiglia; semplice cittadino , che il merito o la fortuna, e sopra tutto la neces- sità di avere un padrone in ogni casa, aveva collocato come un signore sopra i suoi uguali , era il re un agricoltore posto sopra gli agricoltori, un guerriero sopra i guerrieri. Dobbiamo guardarci dall' errore troppo comune di confondere i nostri ordini con quelli degli antichi, e massime dei romani, il viver nostro e lo stato con quello dei Romani ; la facilità con cui la mente umana corre alle analogie e trova dappertutto casi identici , o molto simili , è cagione di tale inganno. Tuttavia non sarà mai lecito il far qualche conghiettura ? Inoltre, tutto quello, che dice il Mommsen , possiamo noi accet- tare senza disamina, con piena certezza? Quantunque sia lavoro importantissimo , come dal breve cenno si scorge , tuttavia non si può ancora dire , che quest'edilìzio novello , rialzato sui rottami d'altri poco tempo fa riputati assai, sia compiuto inte- ramente e con tal solidità da resistere ad ogni più fiero colpo, che la critica progre- — 112 — diente e un qualche ingegno ardito e savio può lanciarvi contro. Quale immensa eru- dizione e acutezza di mente non dimostrò il Niebhur, che la via aperse al Mommsen e all'inglese Giorgio Cornewall Lewis, au- tore delle Ricerche sulla credibilità della pri- mitiva storia romana e agli altri diligente- mente e sapientemente esaminati dal Prof. Vannucci nella sua Storia dell 1 Italia antica ? Ma pure senza negare al Niebhur il merito singolare di occupare un posto tra i benefat- tori intellettuatì e morali dell'umanità , la se- verità della scienza ha rigettate molte sue opinioni, che avevano ben poco fondamento tranne quello dell'autorità del grand'uomo, il quale gratuitamente le pronunziava a distruggere l'autorità di parecchi storici , radicata nella mente de' più per la conferma di tanti secoli e di tante generazioni. Cer- tamente nissun archivio papale ancora ine- splorato può far cangiare opinione allo scrittore delle cose antiche, siccome potrebbe addivenire al narratore delle moderne ; ma la filosofia della storia e la filosofia in ge- nerale , come osserva chi fa nella citata Rivista di Edimburgo l'analisi dell'opera del — 113 — Momrasen, la filologia comparata, aggiungo io, e specialmente quella parte, che riguarda le lingue italiche , faranno nel loro progresso scomparire anche talune delle opinioni del dottissimo tedesco , al quale oltre i pregi sopra accennati noi andremo sempre debi- tori di averci aperta la via , per giungere con maggior probabilità e forse un dì con certezza allo scoprimento del vero. Né voglio tacere l'aiuto che dalle sue fatiche e da quelle del Ritschl riceve non solo la storia romana, ma la filologia e la critica per la somma cura posta da essi e dagli altri dotti, trai quali amo citare i professori Flechia, G. Mùller e A. Fabretti, nel far raccolte d'iscri- zioni, nello studiare profondamente la lingua greca e le italiche e nel correggere i testi dei classici, che lascieranno sempre qualche cosa a desiderare. Ma giustamente Scipione Maffei vuole anche nelle iscrizioni critica, trovando false delle iscrizioni di Grutero. L'arditezza della novità in un campo da sì grandi uomini più volte percorso , in un ter- reno così intricato e difficile per la scienza, è alquan to pericolosa. Onoro altamente la scien- za alemanna, e mi rincresce, che il Balbo nel — 114 - suo ultimo periodo da Niebhur in qua l'ab- bia un po' sinistramente apprezzata (V. Medit. XIII e XIV, pag. 367. 447 in nota. Firenze, Le-Monnier, 1855}. Gl'Italiani potrebbero essere di nuovo maestri , se non fossero troppo amanti dell'ozio e negligenti; il Peyron lamentò la nostra irascuranza di questi studi critici (Tucidide , Prefaz ) e lo- dando il valore degli inglesi e tedeschi specialmente nella filologia , s'adoprava di far risorgere anche presso noi questa parte della coltura, dimostrandosi in ciò vero di- scepolo del Caluso e di quella schiera il- lustre di dotti Piemontesi, che nella presente generazione trova ben pochi seguaci. (Vedi Prefaz. della Gramm. del Maithise). Io pertanto riserbandomi , se la fortuna si stancherà una volta di travagliarmi , lo scrivere in tempi piti tranquilli e con maggior corredo scientifico intorno a queste cose storiche e filologiche , esporrò qui in breve le con- clusioni d'alcuni miei studi intorno a que- st'argomento. Ammetto adunque neìV urbs più gentes; comprovano il fatto la lingua e la lettera- tura, le testimonianze tradizionali e storiche. — 115 — Vuoisi , che ìa lingua latina classica sia il dialetto del Lazio nell'Italia, e nel Lazio il dialetto di Roma , e in Roma quello dei patrizìi (Max Mùller , Lettura II, pag. 59, ediz. citata), ma resta ancora a vedersi, se questi patres major urti gentium et minorum gentium siano d'un solo popolo e d'una sola gens (preso questo vocabolo nel suo ampio significato); questa medesima distinzione indica più popoli in Roma , che in modo incredibile si unirono insieme cogli Abori- geni (Sali. Cat. VI). Lo stesso mito di Sa- turno accolto da Giano e a lai insegnante l'agricoltura c'indica la pluralità dei popoli o delle genti nel Lazio e in Roma. L'alfa- beto latino , dice il Mommsen , è lo stesso che il moderno della Sicilia ; l'etrusco lo stesso che l'attico antico. Epistola, diaria, stilus (l) sono parole tolte dal greco ; staterà e in^greco statèr , machina e mediane, num- mus e nomos e noummos siciliano ; così i termini della nautica, gubernare e kùbernan, àncora ed agkùra , prora e in greco prora (1) In greco stylos di gen. femm. significa colonna e stile; in latino scrivesi anche stylus. — 116 — (coll'o mega): navis, remus , velum ecc. sono parole ariane comuni, ma tolte dai Romani ai Greci ; così pure lo stesso vocabolo di nausea, mal di mare ; e lo stromento gno- mon ecc (V. Max Mùller, lett. Ili, p. 96), Non prendendo kolpos, servironsi i latini di una metafora e dissero sinus e noi abbiamo golfo, ma essi presero Yisthmos, il pontos, il pelagos, o almeno hanno questi vocaboli co- muni coi Greci ; troviamo in Virgilio mapalia (G. Ili, 34(>j, che occorre in Livio e in altri, ed è lo stesso che magalia del medesimo Virgilio , ed è spiegato da Sallustio , dove parla dei Numidi nella descrizione dell'Africa: il rheda dei Galli occorre in Cesare e in Giovenale, e ne discorre Quintiliano , che nota pure l'africano o spagnuolo 'cantus , usato da Persio, ricevuto già a' suoi tempi ; Virgilio usa pure sai per mare e il nostro Dante sale (Parad. II, 13) dal greco ah, o almeno da comune radice : usa pure gaza. Parmi che non si possa negare la pre- senza dell'elemento Sabino in Roma; e parte della sua costituzione è ad esso dovuta: parmi che il nome Sabino derivi dalla stessa radice, onde il nome Sibylla o Sibulla e il verbo — 117 — sapio, quasi sapiente. Il Mùller (loco citato, pag. 97 in nota) dice, che Sibylla o Situila è un diminutivo della parola italica satus o satius , parola , che sebbene non si trovi negli scrittori classici , deve essere esistita nei dialetti italici. Il francese sage presup- pone satius , perchè non può derivare né da sapiens , né da sapius. ( Diez Lexicon ety- mologicum pag. 300,/ : sapius si conservò in nesapius (ed anche citasi nesapus) stolto, non sapiente; situila quindi una vecchia sapiente. Simile processo tenendo si può dimostrare, che Satinus vale sapiente ; quindi Numa e i suoi colloqui con la ninfa Egeria , fatto neppur da Cicerone creduto (Deleg. I, 1,4) e l'opinione che fosse ammaestrato da Pi- tagora (Ovid. Metani. XV), o fosse della scuola, il che Cicerone pur nega insieme con Tito Livio. Il carattere severo, che si osserva in fondo all'animo del romano è proprio del Sabino; Livio dice Numa istrutto non tanto nelle arti straniere , quam disciplina tetrica ac tristi veterum Satinorum, quo genere nullurn quondam incorruptius fuit (I, 18). Cicerone loda la modestia del volto e il parlar costante di quelli di Curi [ad Familiares XV, 20, 1) — 118 — e il suolo sabino, fior dell'Italia e nerbo della repubblica, e que'popoli bellicosissimi {Pro Ligario XII, 32) ; e rigidi li chiama Ovidio , appellativo dato anche a Marte (Metani. XIV, 797 ; Vili, 20), e Virgilio dà il titolo di severa alla città di Curi (Mn. Vili, 638). Alla testimonianza dei poeti certo non si può dare quel valore storico che la mo- derna critica richiede ; tuttavia non si potrà ài poeta nazionale negare il valore della tradizione ; ma se questa è poi confermata dall'autorità degli storici, e se dopo un serio esame, confrontandosi il racconto tradizio- nale primitivo con quello veramente storico dei tempi posteriori , spogliasi del maravi- glioso e si stabilisce la coerenza tra i fatti della prima e delle susseguenti età , in al- lora essa tradizione acquista una tale pro- babilità da meritare l'istessa fede quasi, che si merita la storia. Pare a me che questo siasi verificato delle cose dei Sabini ; Ennio e Virgilio , Ovidio e Livio si sono di certo inspirati alla tradizione ; da Curi , piccola terra e povera , rispetto al grande e ricco e corrotto impero fondato da Augusto, viene Suma , primus qui legibus urbem fundabit — 119 — (JEn. VI, 810-811); ma pure i cittadini di questa piccola e povera Curi , i Quirites 9 quando Enea combatteva in Italia , erano popoli antichi ; grande schiera ne condu- ceva Clauso, da cui la gente e tribù Claudia: (oltre Virgilio , anche Svetonio dice che la gente Claudia è Sabina ; così pure un re- siduo dei Vitelli! pare sia venuto dai Sabini in Roma. Tib. Ili, 1; Vitellius VII, 1); ne dispregevole era in allora codesta nazione (iEn. VII, 706 et seqq.) e la descrizione della battaglia contro Romolo ci dimostra , che dopo trecento anni non era ancora infiacchita, non essendo ancora corrotta, e Livio narrando della guerra da Tulio Ostilio mossa ai Sabini dice : genti ea tem- pestate secundum Etruscos opulentissimae viris armisque (I, 30). Secondo Velleio Patercolo, Romolo sul Palatino nelle Parilie o Palilie (Ovid. Fast IV; Cicerone, De divin. II, 47. 98) edificata la città dopo la vendetta del- l'avo , si giovò delle legioni latine dell'avo suo , e dovendo rafforzare una città nuova coi Veienti e gli altri Etruschi e coi Sabini così propinqui a grande stento il potea fare con un' imbelle mano di pastori (Veli. Pat. — 120 — 1, 8, 5). Per la scarsezza d'opere sulle ori- gini, parmi che meriti un certo peso l'auto- rità di questo storico , almeno in questo punto, e giudico importante il capo XIV del lib. I , in cui si tocca brevemente delle co- lonie mandate dopo la presa di Roma pei Galli e della cittadinanza accordata ai varii popoli coli' aggiunta delle date. Ne risulta pertanto , che la cittadinanza ai Sabini fu data trecentovenf ^anni prima del tempo in cui scriveva l'autore , ma senza suffragio , e 295 anni prima anche il diritto del suf- fragio. Lasciando la questione cronologica, notiamo la communicata cittadinanza senza suffragio ai Sabini e a parte dei Sanniti ; pare adunque essere questo un costume di quel sapientissimo Senato il procedere anche in ciò lentamente e per gradi. Inoltre am- mettasi pure la latinità schietta di Roma in sulle origini ; ma in seguito i popoli cir- convicini più potenti ebbero parte anch'essi nella cosa pubblica , massime le famiglie più cospicue di essi ; così avvenne, distrutta Alba, secondo il racconto Liviano , ovvero perduto che ebbe il suo primato nel Lazio ; le famiglie più illustri dei Giulii , Servilii, — 121 — Quinzii, Geganii, Cieli i, che erano iprincipes entrarono nel Senato ut ea quoque pars rei- publicae cresceret (Liv. Hist. 1,30). Dal passo citato di Patercolo risulterebbe ancora, che, se non la fondazione, il rassodamento della nuova città si deve alla forza delle armi ; si avrebbe quindi una spiegazione del mito di Romolo e Remo nati da Marte, del primo re tutto guerriero e della costituzione mi- litare (s'intende militare secondo i tempi) da lui data o voluta dare alla città (1), forse (1) La parola latrones può fornirci una prova di tal opinione ; secondo Vairone è una specie di guardia del corpo. Essa occorre in Ennio (Ann. 7, 4 — Corpus vet.poet- lat. — Genevae MDCX ); ibique latrones dieta facessunt ; nel qual frammento , quan- tunque sia un po' duro il senso, pure latrones equi- vale ad armigero : Plauto adopera latrones per dire i nostri soldati mereenarii ( Miles glorio sus l, 74,. 76), latro cinamini interpretato dal Vallauri mìlitares viri estis et arma tractatis (Ib. II , 6, 19), latrocinatum nel medesimo senso ( Trinum. II, 4, 198 )• È facile in- tendere come questa parola pigliasse cattivo signi- ficato, siccome alcune italiane del 300; la filologia dà luce alla storia- Giudico pertanto l'istessa inter- pretazione convenire a quelli , che presero Remo , secondo il racconto tradizionale e furon detti la- trones (Livio I, 5) e parmi , che tutto il racconto di que'tempi, dato dagli storici e poeti seguitaton dellatradizione, concordiin codesta interpretazione. — 122- non troppo grata ai patrizii, onde la cata- strofe. Fin dalle origini pertanto si mani- festerebbero questi due fatti costanti nella storia romana ; sviluppo della costituzione e lotte interne, lotte esterne e augumento d'autorità, potenza e dominio. È singolare l'osservanza della legge del- V alternativa nel racconto Liviano dei re non pure nella successione dei primi quattro, un Romano o pretto latino ed un Sabino, ecc.; ma ancora neir ordine delle guerre. Se è Romolo il feroce nipote di Numitore, gli succede il mite Numa di Curi, giusto e religioso, tutto intento ne' suoi quaran- t' anni di regno all'ordinamento della città; a lui tien dietro Tulio Ostilio nipote di quel- l'Osto Ostilio , campione dei romani contro i Sabini , dello stesso Romolo più feroce , tutto guerriero salvo negli ultimi tempi di suo regno, dopo la guerra coi Sabini, pei miracoli della pioggia di pietre , della pe- stilenza fatto religioso, memore dei com- mentarti di Numa, volente placare Tira di Giove Elicio, eppure da esso fulminato; Anco Marzio, nipote di Numa, vuol correg- gere il regno precedente, richiamandolo al- — 123 — l'ordinamento dell'avo, ma senza mostrarsi imbelle. I Sabini fanno aspra guerra sotto il primo e danno a pensare, quando suc- cede la commedia delle rapite; contenti dell'elezion di Numa e per tutto quel regno in pace, tornano alla guerra sotto il terzo, che li sconfigge, ma n'è severamente punito da Giove Elicio , con una pioggia non di dardi, ma di pietre, colla peste e col ful- mine; infine pacifici sotto il loro Anco ri- sorgono sotto Tarquino Prisco. Questo fa- cile urtarsi e comporsi dei due popoli , questo alternarsi di re dell'una e dell' altra nazione in una città medesima e guerreg- giarsi, quando l'una vuol escluderne l'altra, è un indizio, che fu questa una delle prime contese pel primato , che sostenne Roma, e cessò colla riconciliazione , che non fu difficile , poiché Roma addestrandosi nelle armi colle continue guerre potè far rico- noscere la sua superiorità al popolo Sabino in questa parte e dall'altra subì gli effetti della superiorità morale e civile dell'avver- sario , accogliendo con Numa i frutti della sapienza Sabina. Anco , il quale prosegue o piuttosto ristaura l'ordinamento di Numa, — 124 — e nel tempo stesso è istitutore dei Feciali (sacerdoti gittatori delle aste , quasi astati ingaggiatori della zuffa, nunzii di guerra e pace) e fa loro dichiarare la guerra ai Latini divenuti insolenti, che volentieri cercavano di abbassar Roma predominata dal Sabino ; Anco pacifico e guerriero, coli' animo di Romolo e Numa , rappresenta il periodo , in cui la riconciliazione ha prodotto qualche effetto. Che se nel regno di Tarquinio Prisco il Sabino ricorre di nuovo alle armi, il fa per odio all'elemento nuovo, che stava per penetrare nella città , che distruggeva l'ac- cordo, l'escludeva dal partecipare del go- verno , il riduceva a condizione bassa. Ma il Sabino è sconfitto; la sapienza civile ad un popolo non basta a conservargli l'impero , che si mantiene col senno e colla milizia , e questa è fondata sulla disciplina, e sul- l'uso ; un esercito è valoroso , disciplinato e forte dopo molte battaglie. Sappiamo che nei tempi primi le guerre sono piuttosto scorrerie sul territorio nemico , di cui si devastano i campi , si rubano gli armenti e poi si fa ritorno alla città ; Tarma più usata è l'asta , che giova a codesto sca- — 125 — ramucciare ; l'asta pare sia stata l'arma più valida pei Sabini. Ma nel medesimo tempo Tasta considerata qual bastone, verga quasi pastorale, è lo skeptron , sceptrum , simbolo d'impero ; come i pastori guidano colla verga il gregge, i re collo scettro i popoli. Quindi Ovidio nelle Metamorfosi : « Utque » Palatinis haerentem collibus olira cum su- » bito vidit frondescere Romulus hastam, »> quae radice nova, non ferro stabat adacto, » et jam non telum, sed lenti viminis arbor » non expectatas dabat admirantibus umbras » (XV, 560-564) • -. Codesto fatto dell'asta frondeggiante e liberale donatrice d' ina- spettate ombre è interpretato pel fiorire dell'impero* L'asta è oggetto di venerazione; ecco un luogo importantissimo di Giustino, che, domandando perdono dell'uso grande di citazioni al paziente lettore, riferisco per intero. Parla prima lo storico della resti- tuzione del trono a Numitore, della fonda- zione delia città , della costituzione del Se- nato, del ratto delle vergini e delle guerre coi popoli circonvicini; indi prosegue: « Per ■ ea adhuc tempora reges hastas prò diade- » mate habebant, quas Graeci sceptra dixere. — 126 — & Nam et ab origine rerum prò diis immor- « talibus veteres hastas coluere; ob cujus » religionis memoriam adhuc Deorum si- » mulacris hastae adduntur. (Philipp. XLIII, " 3) ». Quindi skeptouchoi (sceptrum habentes, gestantesj diconsi i re presso Omero; skeptou- chia è non solo gestalio sceptri , ma anche provincia presso alcuni storici; quindi il presagio fatto a Gerone giovanetto presso il medesimo Giustino (XXIII, 4), essendosi l'aquila, uccello di Giove, posta sullo scudo, e la nottola, di Minerva, sull'asta; e Pau- sania riferisce nelle Beotiche , quei di Che- ronea tra gli Dei adorare lo scettro da Vul- cano fabbricato a Giove. Or bene i Quirìtes, certo popolo di razza Sabina, cosi appel- lati dalla città, che da Niebuhr è detta Quirium , V istesso che Cures , sono uomini armati d'asta (Vannucci, Storia dell'Italia ant. loc. cit.); anzi il medesimo nome quir significherebbe asta, quirino astato; onde qual Pallade onoravano i Sabini Giunone quirite, ossia armata d'asta. Dal detto apparisce chiara la ragione dell'apparente contraddizione tra il titolo di forti, valorosi, prudenti ecc. applicato ai — 127 — Sabini e il fatto toccato da Svetonio , con- fermato da Tacito della sedizione compressa dei soldati romani all'udir Quirìtes prò mi- litibus fSvet. I, 70; Ann. I, 42); poiché Fasta, come osservai, di grand'uso nei tempi primi, vai poco nei successivi, progredendo T arte e perfezionandosi gli strumenti per uccidere gli uomini ; gli hastati sono infe- riori ai principes e ai Iriarii. Inoltre , pas- sato il tempo del massimo splendore di questi cittadini di Cure o Quìrio, ch'io credo sia stato durante Tito Tazio , cioè in oc- casion dell' urto con Roma pel ratto delle vergini frapina di sostanze, di virtù, di li- bertà tentata ), quando, sebben la res romana si dica da Livio superior, tuttavia fu d'uopo dell' intercession delle rapite a riconciliare gli animi; passato questo punto culminante, la potenza sabina, andò decrescendo, come si vede sotto il terzo re e sotto il quinto ancor di più, contribuendo alla pace la sa- viezza romana, che si giovò dell'opera d'un popolo virtuoso e savio. Ma l'asta è pur oggetto di venerazione, è lo scettro dei re, la verga dei pastori dei popoli , come li — 128 — chiama Omero (t); or bene qual cosa v'ha di più sacro, di più venerando per un po- polo civile, proprio sapiente, che la sua co- stituzione , le sue leggi ? Ed eccoti il jus Quiritium; le forinole con cui si dava la libertà alle persone , si affermava la pro- prietà delle cose , ecc. avevano loro forza ex jure quiritium. Cercai alcuna cosa intorno alla lingua dei Sabini; Quintiliano tra i vocaboli stra- nieri (peregrina) alla lingua latina, che da tutte quasi le genti , come eziandio molte istituzioni], vennero ad essa , pone insieme cogli Etruschi i Sabini ed anche i Prene- stini (I, 5, 56); Svetonio tra i vocaboli sa- bini annovera nero , assunto tra i cognomi suoi da Tiberio, e significante fortis ac stre- nuus ( III, 1 ). Piacemi quello che soggiunge Quintiliano, dopo d'aver parlato della pala- unità ripresa da Pollione in Livio: licei omnia italica prò romanis habeam (loc. cit. ); grande concetto non pur filologico , ma anche politico. Virgilio pone Italo e Sabino (1) La frase poimenes laon , [pastores popuìorum); i termini slceptron , aule 3 diadema dimostrano la vita pastorale dei popoli primitivi. — 129 — insieme (/En. VII, 178 et seqq.J e Saturno e Giano; Orazio, che pur loda i Sabini per severità , massime le madri, ci parla eziandio di diritti divisi (1) coi Gabii e coi rigidi Sabini (Od. Ili, 6, 37; Ep. 2, 41; Epist. 11,1,25). Pare adunque che non pure nei diritti po- litici, come di sopra dimostrai, ma ancora nella lingua si scorga l'unione o, secondo la frase moderna, la fusione dei due popoli. Ciò non ostante Livio chiama quelle genti sì numerose, dissone per lingua e costumi (tot gentes dissonas sermone moribusquel, 18); la qual dissonanza può spiegarsi per più motivi, che sono: 1° la varia diffusione di quelle genti, che separate, come sono per lo più i popoli nei tempi primitivi , ove regna la disgregazione sociale, svolsero cia- scuna la propria indole modificata dalla natura del suolo, del cielo, del clima ecc.; 2o il crescere in conseguenza de' piccoli centri formatisi da questa disgregazione o separazione, che dir si voglia, come Ami- terno, Cure, ecc.; 3° la gelosia reciproca di -2, Il Botta in una lettera al grammatico M. Ponza condanna l'uso del verbo dividere in senso morale; eppure occorre nel Petrarca e nel Machiavelli. — 130 — essi piccoli centri , amantissimi della pro- pria indipendenza, sebbene riconoscessero la loro comune origine; 4° finalmente co- desta dissonanza non era essenziale , ma più apparente che vera, più di accidentalità, che di sostanza. La storia di tutti i popoli posti in simili condizioni e massime degli italiani, quasi sempre divisi, e dei greci, che andarono , pur troppo , anch' essi alle nostre dure vicende soggetti, soffrirono il medesimo fato, conferma i motivi di questa dissonanza. Così nella lingua il fondamento dev'essere stato comune, non solo tra i popoli sabini , ma anche tra gli umbri e i latini; la varietà sarà stata in qualche al- terazione di vocale o consonante o nella flessione o nella radice , in qualche con- trazione o allungamento di suoni , in tutti quei fenomeni insomma, che si verificano e nei dialetti italici antichi e moderni, (dicendo italici intendo quelli propriamente detti, pari, non mescolati d'elementi cel- tici), e nei dialetti greci e delle altre na- zioni. Citerò \in qualche esempio: gli uni e credo i sabini od umbro -sabellici avranno fatto uso della radice sab, modificata anche 131 — in sib , onde sab-inus, sab-ellus, sib-ulla, sib- ylla, sib-yìlinus, sab-us, ne-sab-ius, etc ; gli altri specialmente i latini, più fòrti , più energici, e quindi i romani , convertendo il b nell'affine p, usarono la radice sap, onde sap-io , sap-iens , de-sip-io , in-sip-iens , etc ; altri, finalmente cangiando il b labiale nel gutturale g, avranno adottata la radice sig, in saga, sag-ax, e fors'anco il p di sap in e; le varie forme moderne dei dialetti savio, saggio, so, saccio, sabore, saccente, sapiente, dai sinomisti considerate di significato di- verso (e noi volentieri accettiamo le loro decisioni , avendo cangiato di significato anche assassino, masnadiere, caporale, sergente, cortigiano, ecc.), queste forme moderne pro- venienti dalla medesima radice sab, modifi- cata nel modo che s'è veduto , provano la sussistenza per lo meno della tesi. Pare ancora, che i sabini o umbro-sabellici amas- sero di preferenza le vocali o editili luogo dell'e ed i; onde ort, ors, um, und per ert, ers , im , end; convortìt , advorsus, maxume ; optumus, capiundae , predilezioni dell'umbro Plauto e del sabino Sallustio; forse, come il nome delle trenta curie da Quello delle — 132 - trenta vergini rapite , secondo Cicerone , così il nome generale di Curia venne dai Sabini, da Cure. Non voglio con ciò esage- rare l'importanza dell'elemento sabino e de- gli affini riguardo alla lingua Ialina ; non tutte le parole d'un dialetto avranno avuto radice comune con quelle dell'altro; anche oggidì ogni dialetto possiede i suoi termini particolari aventi nessun rapporto colla lingua comune , o dialetto principale dive- nuto lingua comune. Pare, che tanto il Sabino, quanto il Latino fosse in que'primordii dedito all'agricoltura, dico il Sabino dimorante presso Roma; gli altri piuttosto alla pastorizia. Saturno accolto da Giano insegnagli per ricompensa i principii di quest'arte , primo elemento di civiltà ; il padre Sabino nel luogo citato di Virgilio è detto vitisator; di questa sem- plicissima vita , in cui casta pudicitiam ser- vai domus, in cui alle libazioni, all'invocato Leneo nei dì festivi l'esercizio del gittar il veloce quadrello e d'indurire le membra nella palestra si aggiungeva , parla pure Virgilio nel II delle Georgiche (v. 523 e segg.); questa vita era propria degli antichi Sabini, — 133 — di Remo e del fratello ; così crebbe la forte Etruria, così Rema divenne Meraviglia del mondo , e sette rocche Soletta a se cerchiar seppe d'un muro. (Trad. di Dionigi Strocchi )• È un fatto attestato da molti autori e dalla storia di tutti i popoli , che il suolo in allora era coperto ancora di selve ; così in gran parte della Gallia , in quasi tutta la Germania presentavasi il terreno ai Ro- mani nei tempi di Cesare e di Tacito ; così l'Italia superiore , la Gallia cisalpina e la Liguria, anche quando la centrale e meri- dionale era già diboscata , durava ancora inselvatichita , e il mio caro nido , la mia dolce Mortara, prima di questo nome ferale avea quello di pulcra Sylva , che passò in Silvabella (1). Tal era la condizione de'luoghi dell'Italia centrale e meridionale presso Im- pennino, dove la coltura non era ancora pe- netrata ; riguardo al Lazio ne abbiamo prova (1) Il nome di Mortara già s'incontra nel Ditta- mondo \ III , 5, 58-60); chiamasi ancora Silvabella una via presso il mio bel San Lorenzo. — 134 — in qualche nome proprio ; tra questi ( Liv. 1,3) Silvius figlio d'Ascanio , Mnea% Silvius, Latinus Silvius e tutti gli altri Silvii, Romulus Silvius , Rhea Silvia vestale e madre di Ro- molo e Remo. Dalla madre Silvia ( sylva , e Silva, in greco hyle ) Romolo è detto Iliades da Ovidio (Metamorf. XIV, 781 ; Fast. IV. 54 ) e credo anche da Ennio, come pare presso Cicerone (1), Ilia è detta invece di Silvia. Quindi Silvanus nome del Dio e d'uomo; quindi anche i cognomi di Aper , Agricola, Rusticus ecc. I Romani attendevano con grandissimo studio all' agricoltura , dopo la (2) De divin I, 20, 40. — Intorno ad Ilia per Silvia bisogna notare 1° l'iniziale s corrispondente allo -spirito aspro del greco ; così mentre hyle passa in sylva, upò, ùper. us etc. rispondono a sub, super, sus eie, 2° lo scambio tra Vi e Vy e Vu già notato: onde silva e sylva, stylus e stilus , la termin. umus per imus etc.; 3° l'epentesi del v in sylva, Sylvia come in fluvius da fluo , e il Curtius cita anche plu-v-ia rad. plu-ia (Comm. Cap. VI, pag. 51). Dante usò plo-ia te- nendosi come il francese alla radice ( Parad. XXIV, 91). Vedemmo il Sabino flrcus per hircus , fedus per hedus , e in Roma haedus ; così reg-ny-mi e frango , freg-i; rig-os, rig-eo, frig-us, frig-eo hanno comune ra- dice; ciò è effetto dell'aspirazione, la quale, io credo, produce anche il sigma di sub, super, ecc. — 135 — milizia la cosa più stimata, onde la storia di Quinzio Cincinnato e dei consoli aratori e zappatori da Orazio e Giovenale celebrati con molte lodi ; è notissimo quanta parte occupi nel racconto delle vicende di quel popolo la legge agraria ; si moveva aspra e fino a un certo punto giusta guerra ai pos- sessori delle grandi tenute, non delle cedole; sotto gl'imperatori poi la plebe corrotta, avvilita tumultuava non per ottener campi da coltivare , ma per aver panem et circenses. Dirò ancora che tra il servus o puer della città e il servus rusticus , quantunque en- trambi fossero cose, non persone, dinanzi al dorninus , pure il primo era impiegato in uffizii molto più vili , degradanti , massime negli ultimi tempi della repubblica e sotto l'impero ; era più servo , se mi lice , del secondo, era schiavo ; e i generosi padroni, che danno loro libertà, sono pochissimi ed appartengono a classi elevate per iscienza, ingegno, animo virtuoso, nobiltà vera. Nella villa poi v'è una specie di servitù , che è tra mezzo ; il colonus non è libero total- mente . né servo ; gli si riconosce qualche diritto. Grazie al Cristianesimo, che risvegliò — 136 — nell'uomo la coscienza di sé stesso, predi- cando i principii innati di libertà , ugua- glianza e fraternità , predicando la carità universale, già insegnata da Socrate, come risulta da Platone e Senofonte, suoi disce- poli e da Cicerone , savio eclettico ; grazie ai barbari abitatori delle selve, dove si tro- verà ferocia, non viltà, non degradazione; grazie ai Germani, che posero fine a quello impero, un dì sì virtuoso ed ora putridume orientale ; grazie insomma a tutti quei fatti, che conducono l'uomo al raggiungimento del suo fine , lo schiavo divenne colono , contadino, famiglio, donzello, servo in- somma con qualche diritto. Così interpreto pertanto la storia primi- tiva di Roma e dei popoli italici del Lazio e circostanti ; dapprima le selve ; onde il lucus di Romolo e l'asilo ( Livio I, 8 ) ; la Sylva maliliosa , dove i Sabini pugnarono feroce- mente contro Tulio , ma n'ebbero grande sconfitta ; la Silva Maesia da Anco tolta ai Veienti. Ma le selve si abbattono, aprendosi Tasilo; si trasformano in prati, campi, vi- gneti ; si fabbricano città in riva al fiume o al mare. Roma da Romolo, eroe eponimo, — 137 — è costrutta presso il Tevere, presso i colli ; da Anco ètoltaaiVeientilaselva Mesia, s'estende l'impero infìno al mare, e alla foce del Te- vere si fabbrica Ostia. Abbattendosi le selve , non solo si aprono asili , ma sorge e fio- risce l'agricoltura ; i primi semi della civiltà sono gittati coli' ordinamento politico e re- ligioso ; non tarderà a fiorire il commercio , si apriranno porti. Nomi d'uomini venerati pei grandi benefizii , nomi di esseri supe- riori alle forze naturali , perchè nei tempi primi predominando la fantasia e V imma- ginazione , operando più il senso che la ragione, si tende al maraviglioso , si crede facilmente al miracolo ; nomi , dico , d'esseri umani e divini segneranno questi fatti, co- tali tempi ; quindi Numa e la ninfa Egeria, la Dea Feronia, presso il cui fano o tempio v'è mercato frequente , vivo , dove furono dai Sabini , secondo la querela di Tulio , presi negozianti romani. Innumerevoli sono le deità agresti ; lo stesso Saturnus (Sat-ur-nus) confuso di poi col Kronos o Chronos dei Greci , il Tempo , figlio di Urano, il Cielo, era un antichissimo Dio delle messi , dei seminati [sala): gli uomini per satollarsi — 138 — non potevano più soffrire il cibo dato dalle selve, le ghiande (V. Max Mùller , Lett. Ili, pag. 96). Giunta a questo periodo di città florida per agricoltura e per commerci , Roma, che ebbe origine dal Incus, dovè sentire altri bisogni , altre necessità ; il sen- timento del bello già sparso in altre con- trade italiche non molto lontane, la coltura intellettuale, il bisogno di espandere la sua attività in opere grandi e magnifiche non poteva più a lungo tacere nel cuore del romano. Ma queste cose erano un po' estra- nee all'indole sua sempre fiera, sempre bel- licosa ; erano proprii degli Etruschi e dei Greci; ed ecco la leggenda dei due Tar- quinia di cui il Prisco venne dall'Etruria, ed era originario della Grecia. S'intende che quello sfogo d'attività intellettuale doveva essere consentaneo all'indole dei tempi non progrediti, come furono di poi , non eman- cipati dal pregiudizio e dalla signoria della casta sacerdotale , che riserbava ancora il diritto d'interpretare la volontà del cielo a sé sola esclusivamente; la qual casta si trova sempre e dappertutto coi medesimi caratteri; privilegio nelle cose civili, mono- — 139 — polio nella scienza, teocrazia nella politica. Nelle Gallie i Druidi fanno imparare ai fanciulli affidati a loro migliaia di versi a memoria, dove si contengono que' pochi principii scientifici, in allora noti, traman- dati in questo modo, perchè la scienza non fosse popolare (Cesare De bello Gallico VI, 14) ; così era piena di pregiudizii e di errori quella dottrina e quell'educazion puerile , e la mancanza di libertà, l'immobilità chiu- deva la via al progresso. Cosa singolare ; anche in quei popoli vi era l'anatema e incuteva orrore e spavento. L'ignoranza dei gero-glifici (segni sacri scritti o scolpiti^ fin quasi ai nostri tempi devesi alla misteriosa arte sacerdotale, alla furberia dei sacerdoti egiziani, cupidi d'impero; questa parmi anche la ragione dell' ignoranza ancor du- rante dell'alfabeto etrusco. Insomma la casta ieratica nell'India e nell'Egitto , nella Persia (i Magi) e nella Palestina, e in Babilonia vol- lero dominare, si opposero alla casta guer- riera; inferiori di forze corporali usarono le morali più potenti ; non potendo vincere si univano al potente, lo adulavano, perchè adempieva la voce divina. Nel medio evo - 140 — pure fu la teocrazia alquanto prevalente ; corrotta per le Marozie ed impudente trovò il manto della severità nell'intollerantissimo Ildebrando , che perdonava ad un impera- tore l'audacia della resistenza solo per l'in- tercessione della famosa Matilde (Voigt e Leo), cui scioglieva dai vincoli matrimoniali (Leo): la teocrazia voluta rinnovare nel secolo XVI fece all'Italia quel bene, che non pure il Machiavelli, empio scrittore, ma l'onorevole Berti nella sua bellissima Vita di Giordano Bruno attesta; che alla Corte Romana, come fan Dante e il Petrarca, ai prelati di S. Chiesa, agli autori della Calandra e del Capitolo del Forno giustamente attribuisce l'egregio no- stro Professore l'immoralità delle azioni e degli scritti di quei tempi ignominiosi. Ed anche oggidì il postribolo si confonde un po' troppo colla chiesa ; come nella Babilo- nia antica nella festa di Militta si coman- davano laidezze (Erodoto I, 199), così nella recente Babilonia italiana le donne fanno rabbia e gli uomini pietà ; sono parole non mie queste e chi ha orecchi le intende. Perdonami, lettor caro, questa digressione, cui mi dierono occasione Atto Navio e Tar- D — 141 — quinio Prisco, e mi suggerì l'amor del vero, della virtù schietta e della patria troppo infelice; ma seguitiamo. Allo splendore delle arti e della civiltà per quanto il comporta- vano i tempi , contribuì adunque il pro- gresso dell' agricoltura e del commercio. Altri popoli erano fiorenti in queste cose oltre gli Etruschi; i Fenici, i Greci e i Car- taginesi; quindi il trattato tra Roma e Car- tagine , dopo la testimonianza di Polibio (III, 22) citato oramai da tutti. E Giustino, o piuttosto Trogo Pompeo, storico non re- tore , nemico delle concioni , ci narra che una mano di giovani Focesi , partitisi dal- l'Asia, approdò alla foce del Tevere e fece amicizia coi Romani; quindi navigando sino agli ultimi seni della Gallia, tra i Liguri e le fiere genti dei Galli , edificò Marsiglia. Lasciando il racconto simile a quel di Roma fatto da Livio, e l'intenzione forse dello storico di far una satira della narrazione Liviana e degli ordini romani (1), e le cri- tiche fatte a questo brano delle Filippiche (1) Adeo illic bene instituta , non temporum ne- cessitate, sed recte faciendi consuetudine servantur Just. XLIII, 4. — 142 — (V. le note in fine raccolte con diligenza ed alcune proprie dell'editore nel Giustino tradotto, annotato e pubblicato dall'Arnulf. Augustae Taurinorum, 1848), osserviamo l'o- rigine dell'amicizia dei Romani coi Marsi- gliesi , conservata sempre e dai Romani potenti , e anche da Cesare , in apparenza almeno, rispettata, e i Focesi dall'Asia approdati a Roma fin dai tempi di Tar- quinio, e la gelosia dei Liguri e dei Carta- ginesi, in origine Fenicii, contro Marsiglia. Commercio adunque, arti e scienze s'intro- dussero in Roma , e si fa costruire Ostia; un nume rappresenta codeste cose, che ap- partiene all' Etruria ed in Etrusco è detto Turms e Camillus (1) , in Greco Hermes, in (1) Vannucci, op. cit. I, 5, pag. 221. Due inni de- dicò Orazio a Mercurio , rappresentandocelo qual Dio del commercio non solo , ma dell'eloquenza , della poesia ecc. , e rammentandoci pure qualche suo furto (Od T, IO; III, 11; il primo inno si chiude con superis deorum-Gratus et imis , e Ovidio dice: Pacis et armomim superis imisque deorum-Arbiter, Fast. V). Di sopra vedemmo i più Mercurii di Cicerone. I Galli adoravano massimamente Mercurio, inven- tore di tutte le arti, ecc. (.« esare. Cornili- de B- G. VI, 11); così pure ì Germani, ( Tacilo , Gemi. IX). — 143 — latino Mercurius, Dio del Commercio (mere- ur-ius) delle arti, delle scienze, e pur dei ladri. Ma dobbiamo vedere altre conseguenze di questo fiorire di Roma rispetto ai tempi. L'alterazione della civiltà, dei costumi pel commercio, pel lusso deve produrre una mutazione politica e civile senza fallo. Li- vio e Sallustio e Tacito parlano dei re di Roma; ma se vuol dirsi monarchia, la era assai temperata. Nei popoli primi la forma patriarcale predomina; le successive età in- sieme collo sviluppo delle altre parti del grand'albero della civiltà portano il suc- cessivo svolgimento e corrompimento di questa forma primitiva , naturale , derivata proprio dal primo ordinamento della so- cietà umana , quello della famiglia. E lo svolgimento si fa in un'altra società affine a questa, ma più larga, più universale, abbracciante un maggior numero di fami- glie cresciuto e pel moltiplicato popolo {de- mos/ e pel concorso forastiero forzato nella conquista, spontaneo nel commercio. Il corrompimento poi avviene pel corrompi- mento dei costumi, per lo stesso svilupparsi — 144 — e crescere e pervertirsi di que'principii vir- tuali, di quelle cagioni stesse, onde venne la vita, la prosperità dei popoli. Ineluttabile e terribile fato! Giunti a un punto, che di- cesi massimo, e difficilmente si può fissare, apparendo già il pervertimento detto , per guanto gli individui e i popoli si sforzino di evitare la dissoluzione, altro non fanno, che differire il momento fatale, prolungare un'esistenza, di cui già appariscono i dubbi. Ma, scomparso l' individuo, resta il genere ; sparisce il cittadino e rimane la città; cade questa e rimane il popolo; va disperso anche questo, poniamo il caso , e rimane l'uma- nità, che ne dà speranza, che il popolo si riunisca, la città risorga e il cittadino ri- viva. Finche F ordine mondiale stabilito certo non dal caso, (^ordinamento e caso, come intelligenza e non intelligenza fanno a pugni tra loro ) dura colle presenti leggi, l'uomo può vantarsi di essere immortale, e nulla perisce, solo cangia di forma; scom- pare il fenomeno, la parvenza, l'accidente, ma sta la sostanza, V ousia , l'essenza ; eterno è l'ente (to on). E rimanendo l'universale, il particolare e P individuo non si possono — 145 — nell'essenza distruggere, e se risorgono le tirannidi , si rialzeranno anche le città e rivivranno i grandi cittadini. Avremo così la palingenesi , che la religione fondata nel simbolo e nell' allegoria, conservatrice delle tradizioni del passato dell'umanità e annien- tatrice delle speranze del futuro, la filosofia, frutto della ragione e dell'esperienza, e la storia, maestra della vita, ci dimostrano e nel mondo intellettuale delle idee e nel mondo degli spiriti e nel mondo fisico; in una parola avremo così la grande legge universale, continua, incessante della palin- genesi cosmica, rigenerazione mondiale. Si effettua in tutti e tre gli ordini , logico, mo- rale e fisico per mezzo degli urti e degli av- vicinamenti e delle unioni , dell' azione e della reazione, dell'attrazione e della repul- sione, della pace e della guerra; onde viene quella stupenda armonia universale cotanto ammirata daf Pittagorici e dallo stesso Pla- tone, (che esponendo le dottrine di Socrate in forma sublime volle conciliare i diffe- renti sistemi), e dal più grande espositore della filosofia greca nella lingua latina. io — 146 — Ma , come i corpi umani , vanno così le nazioni soggette a terribili crisi ; e se è difficile al medico il conoscerle, esaminarle e descriverle nel corpo umano, tanto più è difficile'àllo storico nel soggetto assai più com- plicato delle nazioni, massimamente quando all' esporle schiettamente nella loro cruda verità si oppone l'orgoglio nazionale, che le ha travisate colle tradizioni. Quindi se Livio ci contò storielle, nessuna meraviglia; cerchiamo, abbandonando il particolare aned- dotico, di ristabilire i fatti generali storici. Più che il comando d'un solo, era il comando dei patres in Roma prima di questo tempo di lusso esteriore; Polibio, (che nel lib. VI fa una descrizione della forma di governo in Roma, delle sue forze militari , e mette in confronto quegli ordinamenti con quei di Licurgo a Sparta e cogli Ateniesi e di Creta e di Cartagine facendo risaltare sem- pre la superiorità romana), dice espressa- mente, che i Romani non per mezzo del ra- gionare , non colle teorie , ma mediante molte lotte ed agitazioni, scegliendo sempre il meglio per mezzo delle cognizioni acqui- state colla propria esperienza, giunsero allo — 147 — stesso scopo di Licurgo ed al più bel sistema di governo d'allora (VI, 9). Lo stato delle Gallie e della Germania al tempo dell' in- vasion dei romani descrittoci da Cesare e Tacito, lo stato della Grecia, che ci dipinse Tucidide , della maggior parte dell' Europa nel medio evo narratoci da sir Hallam, non può essere molto diverso da quello della Italia antica e di Roma specialmente: quindi il Vico, generalizzando forse un po' troppo, trovava nell'eterna legge dei feudi la spie- gazione di molti fatti della storia primitiva romana. Tenendo conto delle differenze dei luoghi e de' tempi , le quali di certo pro- ducono modificazioni nella storia particolare di ciascun popolo, troviam fatti generali; in Roma è il poter regio limitato; il re è elettivo, i patres sono auctores nelle elezioni, il popolo le conferma; l'Orazio , campione romano , uccisore di sua sorella , dannato alla morte è salvato per l'appello del padre al popolo, che lo assolve; in Virgilio (XI, 380 ) si nomina la curia, dove Turno stesso viene rimproverato da Drance, quale autore della guerra. Ma questo stato di cose potrà durare , finche non succeda , per le cause — 148 — sovra esposte, il pervertimento, ovvero finché non si riconosca , non si faccia manifesta al re stesso la necessità di allar- gare la costituzione, di stabilirla su altre basi ; di certo e F uno e 1' altro fatto non succedono senza grandi lotte , senza grandi urti. Lo sviluppo della forma monarchica vuole abolito il diritto dell'elezione, messo in sodo il principio del trono ereditario ; i tempi stessi , invadendo il lusso .esterno e dominando , sembrano avvertire il prin- cipe dell'opportunità del tentativo; ingan- nandosene, essendo ancor nel popolo forte il sentimento della propria dignità, vivo il desiderio di difendere i proprii diritti , o egli stesso, il principe, o i suoi ne sconte- ranno la pena; massimamente che il fora- stiere vicino e geloso della potenza della città rivale non sarà del tutto indifferente, estraneo a queste lotte. Quindi la necessità di allargare la costituzione , riformarla su altre basi fassi tosto sentire. Pare, che nella costituzione primitiva , in quella almeno detta di Romolo , avesse gran parte V ele- mento militare, (sono prova il nome di tri- bunus militum e di tribus, di centuno e di - 149 — centuria), e, come negli eserciti germanici, vi predominasse la cavalleria. Senza distrug- gere tutta l'antica costituzione, Servio, (o chi ebbe questo soprannome dalla tradizione, quasi fautore dei servi ) credendosi adempire alle necessità dei tempi progrediti e rasso- dare la monarchia, diede una costituzione, in cui all'antico principio si aggiungesse il nuovo del censo , richiesto dalle fortune al- terate pel commercio e dalla presenza del- l' elemento forastiero , effetto delle armi , (onde i servi), e dei mercati. Per le stesse ragioni abbiamo le ferie latine istituite , coniata la moneta , ecc. ; prova del fiorire di Roma per lo sviluppo dell'elemento po- polare protetto dalla monarchia. Ma il po- vero Servio non fu lasciato fare. L' aristo- crazia furba, trista, corrotta e avida d'im- pero si unì con un erede di quella monar- chia che fu prima causa del pervertimento di quell'antica forma di governo patriarcale; la malvagia figlia di Servio si unì col su- perbo Tarquinio ; fu distrutto quell'ordine di cose istituito; non fu rinnovato il pretto ordinamento di prima , perchè i tempi si opponevano , e la reazione non può mai — 150 — ristabilire pienamente lo statu quo; avvenne il pervertimento intero della forma monar- chica, il che fu causa di una grande, anzi massima rivoluzione. Descrivere questo periodo di rivoluzione è impossibile, siamo troppo lontani per con- siderarlo in tutta la sua interezza, e troppo vicini ad altre rivoluzioni , colle quali si volle con soverchio abuso dei ravvicinamenti paragonare quell'antica rivoluzione, che do- vette essere straordinaria e lunga. Presero parte alle lotte interne i vicini Etruschi e i Latini sempre di mal occhio osservanti il crescere di Roma ; la lotta fu universale , sanguinosa, pericolosa, e dovè mettere in dubbio l'esistenza della repubblica. Il pre- lesto fu la ristaurazione del governo regio. L'Etruria in parte era passata a monarchia forse assoluta, in parte conservava gli an- tichi ordini aristocratici e fors'anco teocra- tici o misti. Quella che s'impacciò 5 degli affari di Roma, dovette essere della prima parte ; la Chiusi di Porsena interviene per difendere il tiranno in apparenza e in realtà per abbattere la fiera virtù repubblicana , torle il primato e rivestirsene ella stessa. — 151 — La sollevazione contro Roma fu universale appunto per questo motivo ; quindi la bat- taglia al lago Regillo. Ma Porsena non potè riuscire nel suo intento ; se era difficilis- sima cosa per Roma il conservare il suo primato sul Lazio affermato nella festa e nel tempio a Diana (Livio I, 45), tanto più la cosa dovette essere malagevole a Porsena, che potea bensì avere una qualche premi- nenza nell' Etruria e qualche accoglienza nelle genti latine, che volevano di lui ser- virsi come di stromento e non di più ; ma non poteva altro sperare , che asseconda- melo ed aiuto momentaneo in parte del- l'impresa ; doveva anzi temerne, quando i suoi disegni di ambiziosa signoria sull'Etru- ria e sul Lazio, sull'Italia d'allora, fossero scoperti ; il che non tardò lungo .tempo a verificarsi, e quindi venne la catastrofe. Di certo Roma , in quello straordinario moto d'armi e d'armati contro di se, ebbe a su^ bire disastri ; ma non si può negare che eroi non abbia avuto in quei momenti su- premi. In ogni tempo Roma ebbe grandi cittadini , che la patria adorando fecero gitto della propria anima per lei; tanto — 152 — più ne dovette avere nei gravi pericoli , e per quanto si voglia diminuire la superio- rità di questi uomini , certo essi furono singolari per virtù e coraggio. Spogliateli pure, Anche volete, del maraviglioso che li circonda , del divino , onde li vestì la tradizione, certo essi ridotti alle condizioni nostre indicano una gran forza d'animo e di corpo , pari alle difficoltà , che doveva attraversare la loro repubblica. Né qui in- tendo far quistione dei nomi e dei fatti separati, individuali; qui non si trattane di Orazio Coclite, né di Muzio Scevola; non del fatto di Clelia né dell'arsion della mano; si tratta del grande cittadino, che voi tro- vate sempre e massime nei più terribili frangenti in quella maravigliosaRoma antica. E che moveail cittadino a sì belle gesta ? Non un nome vano , ma l'amor della respublica , in cui si comprendeva pure la sua res parti- colare o privata ; salva quella , era salva an- che questa e quindi il sostentamento di sé e della sua famiglia. La res è un vocabolo non da tutti ben compreso; l'adopera Livio così spesso anche nel primo libro , nel racconto della storia dei re . massime dei primi ; noi — 153 — abbiamo lo stato , il governo ecc. parole tutte insufficienti rispetto al vocabolo res, magico al pari di quello di patria , l'unione dei patres e tutto che si comprende in questo santo vincolo delle famiglie; gli Dei patrii, i penati, gVindigeti , i lari , l'interesse , la salute , la vita delle famiglie, la religione (re-ligio). Chi non intende pienamente il senso della parola res, non intende neppure la forza della voce patria e i miracoli operati per l'inspirazione di questo sentimento non meno energico di quello della propria esistenza e conserva- zione ; tiene per frase poetica il detto Ora- ziano: Dulce et decorum est prò patria mori (Od. Ili, 2, 13), e per amplificazione retorica il celebre passo degli Uffizii di Cicerone, in cui parla della carità di patria superiore al- l'amor verso i figli , verso i genitori stessi ; costui insomma ne sa leggere gli autori la- tini, né intendere la storia romana. Formola, che abbraccia tutte queste idee ed esprime al vivo non pure il gran principio della sa- pienza civile di Roma, ma ancora tutte le azioni, i pensieri , gli affetti , l'intima indole della letteratura , tutta insomma la vita di quel popolo , ne compendia le eroiche gè- — 154 — sta ; formola che si trova scritta in nessua libro non latino originale , è la seguente : Salus populi suprema lex esto ; la quale si può convertire in quest'altra: la res pubblica è da essere posta sopra ogni altra cosa (1). Sono (1) Disse Cicerone : res publica est res populi ( de r. p. I, 25.26); l'aggettivo publicus è corrotto di po- pilicus e per sincope poplicus, derivato quindi da po- pulus; troviamo nel senatusconsulto fatto contro i Bac- canali neve in poplicod, neve in preivatod; il cognome Publicola sta per popli-cola e senza sincope popuìì- cola, cultore del popolo (come agri-cola, cultore del campo) amico del popolo e dei popolani. Quindi publicare veramente è mettere in proprietà o in uso del popolo una cosa, chiamarne il popolo a parte, accomunarla col popolo; quindi bona publicare è propriamente bona alicuius privati homìnis in publicum thesaurwm redigere: ma al patrimonio publico, alla cassa del popolo, si sostituì il fiscus principis, vel im- peratoris, vel regius fiscus; allora venne in uso il con- fiscare, e odiosissime furono le confische. Piuvicare per pubblicare usa il Villani; primieramente avviene la metatesi dell'i, onde leggesi plubica in Fra G-uittone (Nannucci, op. cit. II, 152/. Da,plubico gli antichi dis- sero piuvico, cangiando l'i in i e il b in v; à& piuvico il verbo piuvicare . È inutile far osservare il facile pas- saggio dell'i in i dopo una muta e precedente una vocale, massime nelle sillabe pia, pie, eia, bla, ecc.; quindi granchio da cancerulus, cranculus, cranclus; da populus, albero, poplus, plopus, pioppo. — 155 — questi sentimenti , che produssero quegli uomini, alla cui virtù noi, lontanissimi e dai tempi d'allora e dalle idee e dai sentimenti , stentiamo a credere; uomini , che pur si ri- scontrano nella storia certa della posteriore età, e furono braccio validissimo alla con- quista dell' universo in allora noto. Supponiamo pertanto la verità dell'espres- sione di Plinio , che dice i Romani essere stati sì gravemente sconfitti da Porsena , che questi provvedesse, perchè Roma non usasse più del ferro se non per l'agricoltura. Ma come si spiega questa totale sconfitta col rialzar nuovamente il capo e non per- dere il primato del Lazio, ritornare quasi allo stato primiero senza nulla perdere quasi dopo la battaglia del lago Regillo ? Se vi è incoerenza nel racconto Liviano di quei fatti isolati , maraviglisi e non privi d' un certo lato comico , non vi è minor incoerenza tra la sconfitta ricevuta da Roma, le gravi condizioni subite in conseguenza, la sconfitta solenne riportata da Porsena ad Aricia e la pace fatta nel ritorno in Etruria da Porsena con Roma; quindi la vittoria di costei al lago Regillo , la morte di Tarqui- — 156 — nio, ecc.; se la tradizione ha dell'eroicomico, il racconto che vi si vuole sostituire, senza essere più costante, senza essere più con- forme alla storia romana, tiene del puerile. Si noti, che in altri momenti forse più ca- lamitosi , quando per un movimento delle genti galliche forse incominciato al di là delle Alpi e propagatosi al di qua nell'Italia superiore e diffusosi nella centrale, una di esse genti si avviò alla volta di Roma e ne mise in dubbio l'esistenza; in allora il rac- conto tradizionale non tacque l'infelicissima battaglia, Tonte patite, le vergogne, che si dovevano sopportare , ecc. Non mancano anche qui colori poetici ; anche qui i mi- racoli, e i cani addormentati e le oche deste e Marco Manlio Capitolino e Camillo, la più grande figura dopo quella di Romolo; tut- tavia tu senti qui lo spavento provato dai romani, lo sfregio fatto alla dignità sena- toria, lo sbigottimento universale , per cui tutti si rifuggono nella rocca, unico scampo. Conviene adunque concedere qualche fede alla tradizione , e interpretarla secondo la maggior coerenza possibile col rimanente della storia. E perciò nella lotta contro Por- — 157 — sena dobbiamo distinguere il vero motivo , che è il solito, quello del primato; il rista- bilimento della monarchia è un puro pre- testo; il Lazio sulle prime abbandonò Roma e giovò in parte alle intenzioni di abbattere la potenza della rivale, mostrate da Porsena: ma quando si trattò di signoria , quando vide dove mirava il tiranno Etrusco, oppose resistenza; Roma sola , abbandonata , ebbe a soffrire disastri piuttosto gravi; ma trovò nel braccio de'suoi Agli , che l'adoravano , la sua prima e più grande salvezza, e nella resistenza del Lazio a Porsena, scoperta la sua ambizione, la piena libertà, il trionfo; la grande rivoluzione fu compiuta, si ri- conobbe la cacciata della tirannide ingiusta, oppressiva , superba , qual diritto esercitato dall'aristocrazia, dai patres; il diritto, affer- mato ai tempi di Servio, il re liberale, della supremazia romana venne nel buon successo Anale di questa rivoluzione di nuovo con- fermato e quasi ritenuto come un fatto; così la battaglia del lago Regillo segna il fine delle lotte interne ed esterne durante il periodo di questa rivoluzione , nate in occasione di essa e col pretesto della ri- — 158- staurazione della tirannide; in realtà pel solito motivo del primato. E la ristaurazione si fece, ma non dello stato novello , con- trario all'indole del governo romano, in fa- vore della tirannide, ossia della monarchia pervertita; ma^sì bene fecesi una rinnova- zione degli ordini antichi, per loro natura tendenti all'aristocrazia; si corresse il prin- cipio monarchico sempre necessario all'u- nità della direzione suprema , distribuendo il potere fra due persone e limitandolo ad un anno, perche più non diventasse per li- cenza insolente. Ma senza descrivere qui la rinnovazione fatta in ogni minima sua parte, noterò solo, come lasciava l'adden- tellato agli ulteriori sviluppi , che per for- tuna di Roma, o meglio per la sua sapienza, si fecero lentamente e per gradi, cagionati sempre da lotte intestine , da urti. E nel tempo stesso le lotte esterne obbligavano a star sempre in armi; era costretta a di- fendere il suo primato, di cui era gelosis- sima, or contro i Volsci e gli Equi e Ernici, or contro Vejo potentissima città d'Etruria, or contro i Galli invasori, nemici dell' E- truria e di Roma, popoli feroci, che minac- — 159 — davano tutta l'Italia, contro i quali Roma ebbe soccorso da Ardea e dalle altre città, che avevano interesse nella cacciata d' un nemico sì potente e pericoloso per la co- mune libertà , per la comune res ; tutte queste lotte insomma servirono a dar alla città di Romolo e di Numa quello sviluppo territoriale, che fu il primo passo alla si- gnoria del mondo , al primato sui popoli civili della terra, e quella costituzione, che è ancora la meraviglia delle menti più pro- fonde. In codesta esposizione critica della storia primitiva di Roma avrà osservato il lettore, che mi son tenuto ai generali non solo ri- guardo ai fatti, ma anche riguardo al tempo. Invece di fare delle osservazioni sugli aned- doti , sui particolari , che veri o non veri , maravigliosi e assurdi, ovvero naturalissimi, probabili ed evidenti , hanno in sé stessi isolatamente considerati poca e nessuna quasi importanza; io estesi le mie osser- servazioni intorno ai grandi periodi , che determinano l' indole generale di ciascuna età e caratterizzano la natura del popolo romano dai primi infino agli ultimi tempi, — 160 — infìno al momento della corruzione, sempre costante a se stessa , sempre svolgentesi progressivamente secondo la natura generale dei popoli e quella determinata dalla storia certa di esso medesimo. Giustamente il Prof. Vannucci dice : « dopo questa lunga storia » delle critiche , dei dubbi e delle divina- » zioni su Roma dobbiamo concludere affer- » mando , che la storia romana , quale la » scrissero gli antichi, ha incoerenze, con- » tradizioni e falsità , ma non è tutta ne » una poesia, né una favola; e che se gli » autori di essa furono tutti di più secoli » posteriori ai tempi, in cui avvennero i )) fatti, vi era qualche documento autentico » a cui potevano attingere una parte del » vero. (Op. cit. lib. IL Cap. IL pag. 395) » . Riesce impossibile, io credo, a chi ama la realtà storica accettare quegli avvenimenti narratici da Livio, come certi; alcuni hanno troppo apertamente la veste allegorica , di cui li cinse l'immaginazion popolare; altri dimostrano a chiare note l'esaggerazione e l'assurdità; nò può la critica contentarsi di quel periodo di tempo assegnato a soli sette re , e di quarantanni "di perpetua pace ad — 161 — un re solo in tempi , nei quali l'Italia era gravida d'imperi e fremente di guerra , come al tempo descritto da Virgilio ( Mn. IV, 229- 230); e il regno precedente e il susseguente ne sono prova. Parmi inoltre, che nella determinazione di questi periodi , nel tenerci al generale senza discendere al particolare possiamo ser- virci anche dell'autorità desunta dalla storia e dalla descrizione dei costumi degli altri popoli, avendo i varii stadii della civiltà i medesimi caratteri essenziali presso tutte le nazioni, mutando solo negli accidenti , che subiscono modificazioni dalle varie circo- stanze; uno infatti è il subbietto della civiltà, l'uomo, identico da per tutto nell'essenza sua, differente ne' diversi paesi nella parte feno- menale o accidentale , che dir si voglia. Fu per questa identicità, che il Vico descrisse stupendamente l'indole primitiva della so- cietà umana, e l'età anteistorica di Roma, sebbene nel caratterizzare i popoli fanciulli cada in qualche singolare stranezza, sebbene rechi qualche stranissima etimologia, come quella del nome Jupiler, e sebbene generalizzi unpo'troppo lasua teoria dei Feudi. Di questo il — 162 — metodo parla il Balbo e ne loda il risultato; anche il sig. Guizot se ne giova alquanto nella sua Histoire de la civilisation\ ma per troppa voglia di parere e per amor del si- stema pronunzia cattedraticamente , quali inappellabili , sentenze tutt' altro che vere. È questo insomma il metodo comparativo, molto in vigore ai nostri giorni, massime in certe scienze; quindi filologia comparata, letteratura, storia, geografìa, grammatica ecc. , tutto comparato; metodo, che, quando non si esageri, ha pure dei lati molto buoni, e giova assai alla scoperta del vero. Ma io qui farò ritorno alla quistone filologica intorno al nome di Dio , e, osservate altre brevi ana- logie tra il greco ed il latino, toccate le due tesi poste in principio di questo lavoro sull'unità delle lingue e sull'origine del linguaggio, conchiuderò questo scrittarello. — 163 III. Le radici pertanto za e zan, djà, e per conseguenza anche ja e jan secondo i prin- cipii esposti , hanno l'idea di luce e splendore. Abbiamo quindi veduto il significato e l'im- portanza di Janus, e il lettore potrà forse incolparmi d'arditezza intorno alla spiega- zione datane ; resta però inappuntabile, per- chè generalmente ammessa, quella di Jupì- ter ; che più? lo stesso vocabolo jubar , che parmi potersi dividere ne'due elementi ju- bar, è perla l a parte da riferirsi alla stessa rad. Ju-bar, usato da Ovidio nei Fasti e nelle Metamorf. in più luoghi , da Virgilio , da Stazio, Claudiano ecc. significa splendore, luce ; da Varrone è preso per Lucifero , e pare che la parola ju-bar corrisponda a Luci-fer ; e — 164 — presso Ovidio Olimene giura a Fetonte per questo jubar radiìs insigne coruscis, ch'egli è nato dal Sole (Met. 1, 768), e Virg. usa la frase jubare exorto, quasi lumlne solis, diei, exorto ; luce exorta (Mn. IV, 130). Quanto alla conso- nante ni, dello za ovvero ze e di ja, si noti che questa lettera nasce facilmente in alcuni suoni, come in ninguis antico e nel verbo ningit e nel greco lanthano (abscondo , lateo , delitesco) , rad. lath , onde Taor. elathon , e in altri verbi; e nella radice già citata pha, onde phaos (ephos coll'o mega), la quale ha la medesima idea di luce, pure si aggiunge questa lettera ni, onde phan in phaino,a- phan-es, dia-phan-es, dia-phan-sis e dia-pha-sis ecc. L'origine di questo ni è simile , identica anzi a quella del mi in molti vocaboli , come in lambano , rad. lab ; pimplemi (impleo ), dove si dee pure osservare il raddopp. anche nel presente, pi-m-ple-mi (da questo pie, che vuoisi identico alla radice di polys, compar. pleion , att. pleon , abbiamo in latino ple-n-us , e, se non ple-o, impleo, repleo, etc. e vuoisi anche plebs)\ li-m~pan-o e comp. kata-li-m- pan-o, lo stesso che leip-o e kata-leipo, di cui nell'appendice. — 165 — I nomi pertanto di Giove e Diana e Giano contengono in loro radice l 1 idea di luce ; il Leopardi (Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Firenze , Le-Monnier, IX , pag. 119-120J sull'autorità di Macrobio , che ad- dusse prove in verità molto solide , cita l'opi- nione, che tutti gli Dei nella loro origine altro non fossero che il sole, e cita dottis- simi moderni, che interamente o in parte hanno seguito un sì fatto parere ; e anche sulla medesima autorità di Macrobio, e sul passo Virgiliano : Vos, o clarissima mundi lumina... , Liber et alma Ceres ecc. dice, che anche Bacco (detto da Ovidio , Metam. IV, 15 Jacchus, e da Virgilio , Ecl. VI, 15 ; VII , 61 ; Georg. I, 166; derivato secondo alcuni da jachè, clamor) è preso per il soie. Parmi, che il nome, o almeno il mito, se non di tutte, di molte divinità abbia in sé l'idea di luce, e quindi letizia, quando esse sono propizie , di tenebre e dolore, se avverse ; un tale dua- lismo esiste non meno nell' ordine fisico, che nel morale e intellettuale , essendovi la virtù e i\ vizio , il bene e il male, la gioia e il dolore, la verità e Y errore, la luce e le tenebre , Dio e il Demonio, Giove e Plutone , — 166 — l'attrazione e la repulsione, il buono e il cat- tivo genio, Yarete e la kakia (le due donne presentatesi ad Ercole), Yamore, e l'odio, Vaffezione e Yavversione, l'infinito assoluto posi- tivo e Yinfinito assoluto negativo, Y essere e il non essere. E se Yinfinito assoluto negativo, come il non essere in filosofia, dirò meglio, in logica, rigorosamente parlando, impli- cano una contraddizione, sono insussistenti, sono assurdità , pure a guisa del matema- tico, il quale deve tener conto dello zero, il dotto e l'indotto hanuo in bocca il niente, il nulla non di rado. Tale dualismo domina nelle grandi epopee e in molti luoghi della Bibbia , e in opere di filosofia storica vol- gare , che malamente s'inspirano ad alcuni passi delle Scritture (1) ; questo dualismo (I) Fra tutte quelle, che lessi , piacemi citar l'o- pera d'un cotal Panthera Parentino , dedicata al Christianissimo Henrico Secondo, stampata in Vinegia nel 1558, col titolo : La Monarchia del nostro Sig. Giesu divisto. E una descrizione della lotta perpetua de'due principii nella storia antica e moderna; ma Cristo trionfa sempre sul demonio, che, siccome nell'Apo- calisse, vi compare sotto forma d'un dragone di sette teste , che figurano i grandi imperii pagani e le eresie. Il lettore, pensando ai tempi e al re francese, conoscerà facilmente lo scopo del libro- — 167 — è proprietà singolare della mente umana , che corre facilmente ai contrapposti e vola a'due estremi contrarli ; è natura dell'animo nato alla virtù , al vero, al bello , proclive al vizio , all'errore , al brutto ; è fato pre- scritto all'uomo , grande lottatore tra la morte e la vita, essere composto d'un ele- mento corruttibile , terreno , soggetto alle condizioni del tempo, e ai limiti dello spazio, e d'un elemento incorruttibile , spirituale , fuori d'ogni dominio del tempo e d'ogni confine dello spazio ; ragione e libertà nel- l'animo umano, senso ed istinto nel bruto signoreggiano. Nelle lingue indo-europee il nome della Divinità , ossia del sommo Bene, indica luce, splendore, e cielo, etere , aria, ecc.; possiamo supporre che anche il Tina degli Etruschi significhi luce, splen- dore. Tina è lo stesso che Giove , il primo degli Dei (Vannucci, St. It. ant. I, 5, p. 220); m'è venuto il dubbio , che tanto filologica- mente, quanto mitologicamente sia lo stesso che il Titan . il sole , nome oggetto di di- sputa ai commentatori d'Ovidio e Virgilio. Ma lasciando la provenienza di questo e la battaglia dei Titani , di cui Apollodoro — 168 — stesso ci dà conto, ed Esiodo fece una bella descrizione tradotta dal Leopardi , che vi fé* precedere erudite a finissime conside- razioni sull'età e sullo stile semplice del greco poeta e sulle migliori traduzioni di alcuni altri poemi greci e di latini ; la- sciando, io dico, quel che si narra di Titano e dei Titani , parmi di ravvisare in questa voce un'identità con Tina degli Etruschi, la differenza consistendo unicamente in un aumento di sillaba iniziale, usato nei verbi specialmente dai Greci e talora anche dai Latini , e in un cangiamento della vocale a in i , fenomeno pur esso non nuovo. Nel luogo di Cicerone (De nat. Deor. II , 44 112) tradotto dai Fenomeni di Arato, e nel I, 10, delle Metam. di Ovidio e in altri passi d'altri autori non solo Titan sta pei sole , ma pare anche significhi l'illuminante, colui che veste di luce il mondo. Se mi fosse lecito pertanto l'arrischiare una congettura, direi che Titan mi ha l'aria d'un participio presente, e Tina d'un nome. Ragionando intorno al nome della Divi- nità in queste lingue e considerando 1' e- braico Jehova , dalla radice di essa dedussi — 169 — che non l'idea di luce e splendore, non un' altra qualsiasi appartenente all' ordine ma- teriale , ma l'idea più filosofica , più sem- plice di tutte, l'idea dell'essere in sé racchiu- desse. Certo di questo ne scrissi , per esserne più sicuro e per avere in appoggio un' au- torità competente, al venerando A. Peyron. pregandolo , che mi chiarisse questa cosa e citandogli il noto passo della Bibbia: ego sum quisum\ e l'altro che viene appresso: qui est, misit me ad vos (Exod. Ili , 14). E mi rispose il dottissimo uomo , che Jehova senza il minimo dubbio -deriva dalla radice hava, che nota essere. «Nell'Esodo III, 14, » Dio, interrogato da Mosè circa al nome suo, » risponde in futuro, pers. prima : sarò quel » che sarò , così tu dirai ai figliuoli d'Israele : » il Sarò mi mandò a voi ; ossia Quegli , che » mi disse sarò mi mandò a voi. Dio par- » landò di sé usò la prima persona del » futuro essere ; gli Israeliti parlando poi » a nome loro usarono la terza persona » singolare sarà. Alcuni vollero trovare nel » sarò gli elementi eziandio del passato fui » e del presente sono. Ma , oltreché la gram- » matica non lo acconsente , dico che ciò — 170 — » è inutile. Infatti chi parlando pronunzia » sarò, costui certamente è e fu. — È inu- » tile , prosegue il Peyron , filosofo vera- » mente cristiano , è inutile che io Le os- » servi , siccome di Dio non si possa usar » per definirlo altra parola che 1' essere. » Chi aggiunge onnipotente, sapientissimo , ecc. » restringe Tessere ad una sola qualità , » mentre Egli è la pienezza di ogni modo » d'essere » (1). Non è necessario che io faccia osservare come solo in questo nome di Jehova si comprenda il più perfetto sistema di fi- losofia; la lingua non può essere discorde dal pensiero , di cui è schietta rivelatrice. Non è nemmeno il caso d'avvertire , che parlando di religioni e di mitologie , non intendo sottoporre ad analisi l'idea della religion cristiana e il fatto del Cristianesimo, (I) Giovanni Federico Schlevsner (Novus the- saurus philolog. criticus vet* Testamenti, Lipsiae, 1820 ^ a questo passo Exod. Ili, 14, sotto la voce elmi ( sum, fio etc. ) reca l'interpretazione esomai esomaì data da. Aqu- Theod.; ma'soggiunge : «Puto utrumque scripsisse esomai hos esomai » Quest'interpretazione conviene perfettamente con quella del Peyron- — 171 — che si debbono, da chi ci crede , conside- rare superiori alla critica, e da chi non ci crede, ma sia prudente, si debbono tale idea e tal fatto esaminare con molta diligenza e cautela per non precipitare le conclu- sioni e per non cader in errori. A propo- sito di ciò ricordomi delle censure fatte con troppa mordacità, ma non senza fondamento di verità, dal Ghiringhello alla Vita di Gesù di E. Renan; e tra le altre osservazioni pia- cemi rammentare quella, che il Ghiringhello fa a pag. 137-138, se non erro, in nota. È vezzo della lingua ebraica porre un nome dopo un altro al medesimo caso, e nelle altre lingue si metterebbe al gen.; quindi il Renan tradusse mensura et hdereditas, mentre invece il Ghiringhello vorrebbe che si tra- ducesse memura h$reditatis\ ma il Renan, dotto nelle lingue semitiche , volle tenersi più alla lettera , che al senso. Del resto nella Religione cristiana dobbiamo, io credo, V elemento popolare , che si trova in tutte le religioni , distinguere dall'elemento puro, inalterato e inalterabile e costante; la parte politica sopraggiunta , che tende a conser- vare la teocrazia, dalla parte schiettamente — 172 — religiosa , V elemento umano insomma dal divino. Uno dei punti, che servono d'argomento ai filologi per dimostrare l'affinità e stretta parentela tra diverse lingue della gran fa- miglia Indo-Europea , si è la coniugazione del verbo essere. Così tra Verant latino e il greco esan trovasi facile somiglianza; i nomi Valesti e Fu sii passano in Valerli e in Furii; arbos, labos, vapos, ed anche clamos mutano la desinenza os in or; a questi citati da Quintiliano (I, 4, 13) si possono aggiungere honos, lepos usati coll'altra desinenza in ol- eosi abbiam veduto anche i Greci, massime gli Eoli e i Dori usare il rho in luogo del sigma, onde hippor, sior, por, invece di hip- pos fequus) théos (deus) pous (pes), ed anche poìr in luogo di pais fpuer), quindi l'iscri- zione citata dal Matthiae (Voi. I, §. 31). Codesto autore cita pure due luoghi di Pin- daro. 01. 2 , 17; 9, 79, in cui s'incontra esan ( coli' e psilon) ed essan (I, § 212). È dunque evidente la somiglianza Ira il greco ed il latino in questa forma; ed anche nelle altre del medesimo tempo s'incontrano ras- somiglianze tali da far conghietturare del- -173 — l'identità quasi. — Nel § 211 il Matthiae reca esempi di queste forme ea, eas, eate in luogo delle comuni en, es, e, ete, la cui ini- ziale età risulta dalla contrazione ea\ a quelle forme più antiche e specialmente ad eas, eate sono molto somiglianti le analoghe latine eras , eralis; in quelle si ravvisa da ognuno la perdita della consonante radicale, che forse in un tempo più remoto, di cui non ci rimane più monumento, che ne serbi traccia, esisteva. Pare fatto incontrastabile, che la lingua latina abbia conservato le sue forme più inalterate e quindi più an- tiche delle greche; che quanto più queste risalgono ad un' età anteriore al periodo della maggior coltura letteraria , tanto più si avvicinano alle latine. Ma il perfetto di sum proviene dà altra radice di quelle del presente? E nel greco ve n è una corrispondente? Abbiamo in greco philo ( scrivo V il psilon così , perchè più conforme alla sua natura), e da esso ephiin, ephil col senso del verbo essere. Già dagli stessi autori greci mi venivano prove sicure di ciò , e ultimamente leggendo il lavoro postumo dell' Heyse sul Sistema della ==174 — scienza della lingua ebbi altra testimonianza. Ma almanaccando intorno a queste due for- me fuit ed ephii, che mi parevano non solo d'una medesima radice, ma di comune ra- dice con altre forme latine dello stesso verbo e germaniche, per tormi ogni dubbio, ne scrissi all' illustre Prof. A. Fabretti , autor del Glossarium Italicum , opera che fa vera- mente onore al nome italiano. Scrivemi pertanto l'egregio Professore: « Si può con * sicurezza affermare, che il fuit latino e il » greco philo derivano da una medesima » radice rappresentata dal sanscrito bhu; » talvolta la lingua latina conserva meglio » ne' suoi vocaboli le forme primitive, che »» hanno riscontro nel greco e che mal si » direbbero derivare dal greco. Evidente- » mente il sum e il fui derivano da due ra- » dici differenti , questa rappresentata dal » bhu, quella dallas; ebbero in antico tutte » le forme, quindi ne perdettero alcune » parti, l'una le forme del presente, l'altra » del passato; poiché veramente Yas accen- * nava alla esistenza assoluta, il bhu alla esi- » slenza fenomenale. Conservansi avanzi delle » vecchie forme latine come asum , asunt » per sum e sunt ». — 175 — Max Mùller fa un confronto delle forme del presente di codesto verbo in greco , sanscrito, latino, lituano (Lett. V, pag. 171; Vili, 295), e non pur nella radice, ma an- che nella flessione ci mostra somiglianze , che molto conferiscono alle tesi della co- mune origine loro; così trova il valente filologo paradigmi quasi identici in latino ed in gotico d' un verbo di massimo uso , quale si è habeo, in gotico fiaba, habais etc. (Lett. IV, pag. 124). Citerò ancora questi vocaboli greci somigliantissimi e quasi iden- tici ai corrispondenti latini: bous , elephas , tauros, ois, ùs (spirito aspro sulYùpsilon; lat. sus), aroo ed arotron, aer (coìYeta) aster ed astron, er (presso i poeti) ed ear (lat. ver; Yeta di er risulta dalla contrazione di ea)\ leon, kapros (lat. aper) agros, agrios, arpazo, arpacs (lat. per metatesi rapax, rapio), erpo (lat. repo e serpo ) phero (lat. fero/] i già citati nomi pontos, pelagos, naus, ah, hespera, hesperos, collo spirito aspro; esthes, (vestes e vestis), enduno ed enduo, ecdilo finduo, exuo), doma (o megaj e domos (domus), molte forme del verbo ei-mi (eo, io vo ) e ùiiste-mi, dal cui aoristo e-ste-n , cong. sto si conosce — 176 — tosto la corrispondenza col neutro latino sto, e dal presente, in cui lo spirito aspro al principio tien luogo del sigma , si vede chiara l'analogia col latino sisto; lo stesso dicasi del verbo di-do-mi. Potrei moltiplicare questi esempi, se que- sto lavoro non fosse già fatto da un dotto filologo tedesco ; mi limiterò pertanto alle derivazioni che molte si traggono da una sola radice, seguendo Max Mùller (Lett. VII , pagina 258-264) La radice è spec che non formando alcun verbo semplice entra nei composti a-spic-ere , a-spec-tus , re-spic-ere , in-spic-ere, con-spic-ere^er-spic-ere, pro-spic-ere, de-spic-ere , dream- spie- ere , su-spic-ere ; e i nomi e aggettivi quindi venuti , pro-spee-lus, con-spec-tas , e i verbi spec-to , ex-spee-to ; e altri derivati spec-ulum, spee-ta-culum, e spec- ies , e spec-i'OSus etc. ; di qui i molti ter- mini delle lingue moderne provenienti dal latino. E facendo una metatesi di questa radice spec, avremo la greca skep ovvero shop, onde skep -tomai , skep-tikos , skop-eo , skop-os fpunto cui si mira, la mira) , epi-skop-os (ispettore). In sanscrito la forma più usifata è pas' t vedere, senza la 5 iniziale; ma tro- — 177 — vasi spas'a , spia , in spashta (in vi-spashtaj , chiaro, manifesto, e nel vedico spas\ guar- diano. Cita il Mùller etimologie della fami- glia teutonica, dell'alto-tedesco e dell'inglese sull'autorità di due dotti; ma l'amor della brevità mi costringe a queste poche linee, mentre il nostro si diffonde in parecchie pagine. Sono pur belle, ingegnose le deri- vazioni , che trova della radice ar in voca- boli di lingue della famiglia ariana; profonde le osservazioni, sebbene e le une e le altre non siano tutte accettabili. Citerò ancora la radice sanscrita ma che ha l'idea in sé di misurare; quindi in latino metior, mensus, onde mensis ; in greco mén , genìt. menòs (collega), mese e luna; di qui metron , men- sura ; e l'inglese chiama la luna moon , il tedesco mond, masch. significante il misura- tore, l'astro misurator del tempo (come presso gli Ebrei, così presso i Galli, ed ora presso gli Arabi contansi i giorni della luna dalla sua apparizione in cielo); così il mann tedesco e l'indefinito man (anche gl'italiani usano Yuomo in senso indefinito ; Casa : l'uomo ti potrebbe scusare) per l'analogia delle idee di misura e peso [pesare , lat. pensare) , per la 12 — 178 — corrispondenza tra il pesare e il pensare, tra il mondo fisico e lo spirituale, onde riflet- tere , reflectere, è ripiegar la mente, l'animo ; per questa ragione mauri , man significa pensatore ( Max Mùller, lett. IX ) ; lo stesso il sanscrito mauu\ e alla medesima radice deve riferirsi il tedesco meinen , intendere, pensare', giudicare, alla stessa, credo, il la- tino mens. Il Mùller cita homo, e in francese fiorume, che fu ridotto ad on in on dit, come derivazione dalla stessa radice di humus, humilis , e in nota cita dal Bopp il greco chamai, humi e altra parola della stessa fa- miglia, cioè in Zeudo e lituano, significante homines. Anche i popoli (laoi) sarebbero detti dalle pietre (Pindaro. 01. IX, 43-46) gittate da Pirra e Deucalione discendendo dai Par- naso ; tuttavia panni che homo , ho-min-is debba riferirsi alla stessa radice di mauri , mensch , meiueu e messeu ; metior , meusis e menstora , ital. misura. Né si può credere che la sillaba ho iniziale non sia come un rinforzo alla radicale ; né ci dee fare stupir Yh precedente Yo ; anticamente scrivevasi ouor, ouos per houor, honos ; usasi Hamilcar, Hannibal e senza Yh iniziale ; così preheusus , — 179 — prehenso, as , e prensus , prenso , as ; anzi gli antichi ne facevano pochissimo uso, dicendo cedos , ireos, e neppure aspiravano le conso- nanti, come in Graccis, triumpis (Quint. op. cit. I, 5, 20). Non farò notare Yhemonem di Plauto e degli altri per hominem ; abbiam veduto il greco odous, odontos rispondere al latino deus , dentis. Ma che più ? Il nome gala , galactos non differisce dal lac lactis ( Plauto usa anche lacte nomin. Miles Glor. II, 2, 66) che pel ga iniziale. Ma tutte queste prove non mi soddisfanno ancor totalmente ; onde innanzi a tanta autorità di due sì valenti, come il Mùller e il Bopp, siami lecito l'aver messa la cosa soltanto in dubbio. Molti esempi di scambio di consonanti e di radici affini porta l'Heyse nel suo Sistema, special- mente nel § 138 ; così tra le altre , la ra- dice bhu in sanscrito , in greco phù, in lat. fu, in anglo-sassone beon, tedesco ant. pim y tedesco moderno bin, onde ich binn , ego sum. Finché si tratti di constatare l'affinità tra le lingue della gran famiglia indo-europea, i filologi non incontrano alcuna difficoltà ; è tesi provata già da qualche tempo e non ammette più alcun dubbio. Ma dimostrare — 180- la parentela tra lingue di famiglie diverse, della semitica peres. colla nostra famiglia, e poi dimostrare 1' unità delle innumerevoli favelle parlate nel globo, è impresa, che tentata da taluni , è lontanissima ancora dall'essere condotta a termine. Nel 1866 sorse una gran disputa gravissima intorno a due studiosi di questa scienza, il sig. M. A. Canini , che nel suo Etimologico italo- ellenico rintracciando qualche etimologìa greca e latina avea fatto ricorso ad alcuna lingua estranea alla nostra famiglia, e il sig. G. I. Ascoli, che riprese d'alcuni errori quel la- voro. Mi ricordo d'aver letto allora una risposta del sig. Gorresio , che non volendo entrare pienamente come giudice in quella controversia, stabiliva spartimenti o divor- tia Unguarurn — Altri tentarono di scoprire analogie tra l'ebraico e il sanscrito, come fece il Lepsius nella sua Paleografia pubbli- cata nel 1834 a Berlino; egli non dubita punto dell'esistenza di un germe comune, sebbene non isviluppato, in entrambe queste lingue. Datosi quindi allo studio del copto, sempre collo scopo di trovar delle affinità tra le varie lingue, vide la connessione tra — 181 — questa favella egiziana e l'ebraica; e fondossi specialmente sulle radici dei pronomi. Ma ? quantunque dottissimo, colse nel segno que- sto grande e ardito filologo e critico della Germania? Ecco appunto quello, di che è lecito dubitare. — Nel 1863 in occasione della mia laurea, trattando pubblicamente questa tesi di filologia comparata, tenni un ragionamento intorno a questo punto col dottissimo Prof. Flechia , uomo sì mo- desto e gentile come affezionato verso gli allievi ed erudito. Mi disse l'illustre filologo Canavese, che la tesi dell'unità delle lingue non è ancora risolta, che vi sono argomenti prò e contra , ma che assolutamente non si poteva impugnare. Lessi qualche tempo dopo il bellissimo lavoro del Cardinal Ni- cola Wiseman, dove si propone di mostrare la connessione tra la scienza e la rivelazione , ,e quantunque la l a e 2 a conferenza intorno alla filologia lasci qualcosa a desiderare, quantunque, forse per aver avuto rispetto agli uditori non tutti filologi , Y eloquenza predomini alla scienza , tuttavia quella let- tura mi fece una profonda sensazione, e di lì potei vedere, che la speranza di trovar — 182 — un nesso tra le favelle parlate dagli uomini non si può dir fallace sogno. Pare infatti , che siccome il discorso o la facoltà del ra- gionare è in tatti gli uomini identica, si effettua per tutti colle medesime leggi ed ha presso tutti il medesimo obbietto, il vero, così lo stesso avvenga della facoltà di ma- nifestare i propri pensieri e ragionamenti ; la grammatica generale, per esprimermi così, di tutte le lingue è soggetta alla me- desime leggi essenziali presso tutti i popoli. E non basta. La filologia comparata ci mo- stra differenze bensì tra lingue di famiglie diverse; ma queste differenze rivelano ap- punto un troncamento, una separazione violenta delle favelle dal ceppo primitivo , comune a tutte e non più esistente a' nostri giorni , forse disperso in minime parti in ciascun idioma. Onde tali differenze sono accidentali , effetto della separazione e delie altre cause numerate di sopra; ma essen- ziali non possono essere. Max Mùller (Lett. Vili, pag. 284.) dice: «È impossibile non » riconoscere una lingua semitica, e, quello » che è molto più importante , non può » immaginarsi una lingua ariana derivata — 183 — » da una semitica, né una semitica derivata » da un'ariana. La struttura grammaticale * è totalmente distinta in queste due fa- » miglie di lingue. Ciò non esclude nulla di » meno la possibilità, che esse sieno di- » vergenti rivi di una stessa fonte, e i para- )> goni, che sono stati istituiti fra le radici » semitiche , ridotte alla loro più semplice » forma, e le radici delle lingue ariane » hanno reso più che probabile il fatto, » che gli elementi materiali, coi quali en- » trambe presero le mosse , fossero origi- ); nariamente gli stessi. » Non dobbiamo quindi stupire . se il buon Giambullari scorse tra il toscano o meglio l'etrusco e l'ebraico analogie tali da affermare con intima con- vinzione l'origine di quell'idioma da questo; (1) se anche la lingua tedesca fu, come vedemmo , creduta partecipare dell' ebraica, ( 1 ) Il prof. Heyse , non pur filologo ma filosofo profondo, nelle sue lettere pubblicate dopo la sua morte col titolo di Sistema delia scienza del linguaggio dal dott. Steinthal, suo discepolo e prof, a Berlino, disse che l'Etrusco e l'Ibero non sono Indo-Europei; ma non porta alcuna prova di tale asserzione. V. op. cit §. 60, 85. — 184 — ma più della greca, seguendosi in ciò V o- pinione di S. Gerolamo, che dalla loquela de' Giudei vuol derivare tutte le loquele del- l'universo. Dobbiamo confessare che, siccome in antico si esaggerò , così ne' tempi mo- derni l'amore del sistema fé' cadere in ri- dicole affermazioni; tale mi sembra essere quella del sig. Schmidt, che fa derivare ogni parola greca dalla radice e ed ogni parola latina dall' arci-radicale hi (Curtius, Etimoh greca presso Max Mùller - Lett. IX, pag. 395). Il Wiseman se la prende, un po' amaramente, co' suoi connazionali per le stranezze pronunziate in opera di lingui- stica da alcuni di essi, e fra gli altri bia- sima un teologo, che nel 1834, mentre erano già comparsi i grandi lavori de' te- deschi, sosteneva ancora il teutonico, il greco ed il semitico formare i tre principali regni etnografici, mettendo compiutamente in non cale tutti i moderni avanzamenti (Confe- renza ì). Infine lo stesso venerando prelato, che faceva onore alla porpora, ne avverte anch' egli che questa è una terra ancora avviluppata di oscurità e di nubi, e molto studio fa tuttavia bisogno a chiarire le — 185 — anomalie, a conciliare insieme le apparenti contraddizioni , a posare le nostre cono- scenze su più salde basi (Conf. II). Di qui si vede, che molto resta ancora a fare, per- chè le congetture possano diventare sempre più probabili ed essere tali da mostrare , se mai ne fìa dato , con prove irrefragabili l'unità delle lingue umane. A codesta quistione va strettamente con- giunta quell'altra sull'origine del linguaggio. Anche qui noi abbiamo di molte e belle autorità a confermare le varie opinioni, che furono sopra tal quistione arrecate ; anche qui ebbe la sua parte l'amor del sistema, per cui furono dette sentenze singolaris- sime e veramente strane. Possiam dividere i diversi pareri primieramente in due classi e di quelli, che fanno mescer Domeneddio maestro di lingua, e degli altri, che dicono l'uomo essersi formata la propria lingua ; e di costoro possiamo contarne ancora due sorta, e degli uni che io chiamo volentieri materialisti , e dei loro avversarli , che perciò io appello spiritualisti. I filologi materialisti erano in voga specialmente nel secolo scorso e non mancano pure nel presente ; siccome -186 — a' dì nostri è in voga la teoria che fa di- scendere V uomo dalle scimmie , così nel secolo XVIII ed anche nel XIX si tenne per fermo , e da taluni tiensi ancora , che le radici sono imitazione di suoni, come delle diverse voci degli animali , dello strepito del tuono, del fiotto del mare , del fruscio della foresta, del mormorio del ruscello , del su- surro della brezza, ecc. Tale sistema, che è quello dell' onomatopeja , venne difeso dal- l'Herder, il quale, sebbene riportasse il pre- mio offerto dall' Accademia di Berlino alla migliore scrittura sopra 1' origine del lin- guaggio , tuttavia rinunziò apertamente a tale opinione verso gli ultimi anni della vita sua , e si gittò avvilito fra le braccia di coloro, che riguardarono il linguaggio come rivelato miracolosamente (1). Ed alcuni pur di questi filologi materialisti fanno derivare dalle in- teriezioni le favelle umane , mentre anche le più povere abbondano di termini belli , (1) Max Muller, Lett. IX, pag. 365. Egli loda il Cristianesimo , i missionarii e la Pentecoste , e mentre Platone e Cicerone parlano della carità uni- versale, il Muller la dice un' idea di svolgimento cri- stiano. Lett. IV. pag. 124-127. — 187 — svarialissimi , sonori, certo da non confon- dersi con questi gridi incomposti , simili quasi alle voci degli animali. Il Mùller combatte e quei dell' onomatopeia e questi delle interiezioni, e, senza escludere affatto la formazion di alcuni vocaboli per imita- zione di suoni esteriori, li riduce a un nu- mero assai ristretto. « Io non parlo di un » bau~vàu, ma di un cane. Io parlo di una » vacca e non di una mù ; di un agnello e » non di un bè » ( Lett. IX, pag. 365 ). Nel- Tistesso modo rigetta la teoria delle iute- riezioni, come radici delle parole d'una vera e reale favella. Appartiene pertanto il nostro autore agli spiritualisti , e dopo aver citate due opinioni quasi contrarie di Adamo Smith e Leibnitz intorno a questo punto, cerca di conciliarle insieme ed esprime la sua tesi in questa forma : « Noi non richiediamo ve- » runa ingerenza soprannaturale, ne alcun » conclave di saggi antichi, ad esplicare la »> realtà del parlare umano. Tutto ciò , che n nel linguaggio è formale , è risultato di » razionale combinazione; tutto ciò, che è » materiale, è risultato di mentale istinto » . E prova la sua tesi con molta dottrina e , — 188 — se non raggiunge lo scopo , ottiene molta evidenza. Bellissimo è questo luogo : « Nes- » sun animale pensa e nessun animale parla » all' infuori dell'uomo; linguaggio e pen- » siero sono inseparabili. Le parole senza » pensieri sono suoni morti ; i pensieri senza » le parole sono nulla. Pensare è parlare » basso ; parlare è pensare ad alta voce ; » la parola è il pensiero incarnato » ( loc. cit. pag. 393). Esaminate alcune radici di nomi, conchiude che ciascuna parola era in ori- gine un predicato , i nomi , sebbene segni di concepimenti individuali , sono tutti , sen- z'eccezione, derivati da idee generali , ed è questa una delle più importanti scoperte nella scienza del linguaggio. Il possesso d'idee generali mette una di- stinzione perfetta tra l'uomo ei bruti. Ciò fu, se non conosciuto dagli antichi, presentito; logos è lingua, discorso, ragione ; legein dire, logizesthai riflettere, considerare, computare; alogon fu detto il bruto. — L'uomo nel suo stato primitivo non solo era dotato al pari del bruto del potere di esprimere le sue sensazioni col mezzo d'interiezioni e le sue percezioni col mezzo dell'onomatopeia; pos- — 189- sedette pure la facoltà di dare un' espres- sione più articolata alle concezioni razio- nali della sua mente. Questa facoltà non fu sua propria fattura; fu un istinto, ed un istinto della mente, così irresistibile, come ogni altro istinto. E in quanto il linguaggio è il prodotto di questo istinto , esso spetta al regno della natura. Ma esclude Y autor nostro l'idea della necessità; il linguaggio , soggetto per certo a leggi, non si opera per fatalismo; e qui si oppone ad una sentenza del prof. Heyse , il quale più logico, io credo, ammettendo queste leggi dello svolgimento del linguaggio, non potè non riconoscere la necessità loro. Qualunque nozione di legge a me pare, implichi le idee di inflessibilità e di necessità; né si cade con ciò nel fa- talismo , che è ignoranza delle cause dei fenomeni, è contrario al concetto di legge e perciò d'ordine e di ragione. Se poi per fatali- smo vuoisi intendere inevitabilità, incessante durata della legge regolatrice, questo parmi conforme alla logica, al principio supremo, che una cosa non può essere e non essere ad un tempo; se è, è. L'uomo tende e ten- derà sempre al bene; ecco una legge fatale, — 190 — cioè inevitabile, incessante; quest'universo, se pria non si dissolve, sarà sempre rego- lato dalle medesime leggi; se si cangiassero, se cessassero un istante, ecco disordine e confusione universale; l'effetto non può essere senza la sua causa; principio fatale, eternamente inevitabile. Non esclude questo fatalismo così inteso la libertà dell'uomo; la volontà nostra è gover- nata da leggi e non cessa perciò dì essere libera; ha le sue leggi la mente nostra ed è pur libera. Convien distinguere il pensante, il volente, dal pensiero e dalla volontà, il par- lante dalla parola , l'attore dall'azione. L'uno è libero nella scelta, perchè è causa, l'altro termine , come effetto, è vincolato, dipen- dente dall'arbitrio dell'autore. Ecco d'onde nasce la fatalità; l'uomo può scegliere tra gl'infiniti mezzi quello cui maggiormente è inclinato, cui ama, cui approva; fatta la scelta , l'azione si deve compiere irremissi- bilmente secondo la natura della scelta e l'indole di chi scelse e le altre circostanze concomitanti; e ciò, più che fatalità, è legge, ordine. Nell'obbedire alle sue dispo- sizioni naturali V uomo segue una legge — 191 — universale: V essere segue sua natura, il mondo intero, fisico e spirituale, obbedisce a sua natura. Ciò che è congenito , dice il Grimm citato dall' Heyse {Sistema § 21), appunto perchè è congenito, ha un carattere incancellabile. Ma l'uomo, così l'Heyse, per la natura sua intellettuale è sempre uomo, ad onta d'ogni innata differenza del suo fisico organismo; e la lingua appartiene alla natura intel- lettuale, non al fisico organismo. — La differenza delle lingue esistenti non è as- soluta e sostanziale , ma formale ; sono esse libere manifestazioni di una identica essenza spirituale, solo in diversi modi svi- luppate secondo l'attitudine diversa, i di- versi gradi di coltura, le varie qualità pro- prie delle tribù e nazioni, per effetto di condizioni naturali dell'esistenza fisica, in- tellettuale e morale delle razze, come pure d'influssi esercitati dalla situazione geogra- fica e dal clima. Non accettando il sistema dell'intervento antropomorfistìco della divi- nità nel fatto della lingua e tenendo per mito la confusione babilonica delle lingue , egli combatte l'opinione di alcuni , che fa- cendo la facoltà del pensare e del parlare — 192 — dipendente affatto dall'organismo cadono in un crasso materialismo. « Neil' atto del pen- sare T intelletto ha compreso sé stesso , si è innalzato al di sopra della barriera del fisico organismo; il parlare è l'estrinseca- zione di questo affrancamento dell'anima intelligente, la manifestazione della sua li- bera potenza, superando i confini del fisico organismo (1) ». Si compie bensì cogli or- gani dell'uomo; ma esso nuli' altro è che manifestazione del pensiero. Con queste due autorità di sì grave peso, com'è quella del Mùller e dell'Heyse, e in mezzo a tal disparità di avvisi, a tal varietà e contrasto di sistemi, pochissimo restami a dire. Dall' Heyse apprendo , che anche uomini di chiesa rifiutarono l'immediato in- tervento divino nella creazione del linguaggio. Anche il dott. Steinthal esaminando con sana critica e profonda erudizione i lavori di Grimm, di Herder intorno a questo ar- ( 1 ) Op. cit. § 22 — Se l' Heyse rigetta l' immediata azion divina, nega pure, che il linguaggio sia un' invenzione dell'uomo; esso è necessaria ed es- senziale parte costituente della natura umana , senza la quale l'uomo non sarebbe uomo. §. 21. — 193 — gomento, non approvò del tutto la teoria del primo, come fondata in gran parte su quella del secondo. ( Origine del Linguaggio, Berlino 1851). Per coloro, che vogliono ab- bassare Dio al grado di pedagogo del signor uomo, citerò l'autorità della Bibbia, in cui non si dice che Iddio insegnò all' uomo i nomi degli animali , ma perchè imponesse loro il nome, glieli condusse davanti (Gen. II, 19-20), e Adamo diede il nome loro corri- spondente. Anche Platone respinge nel Cratilo quest'idea dell'origine divina del linguaggio; esclude 1' arbitrio umano dalla formazione delle parole, e pone per base la natura (V. § 390. E). E qui conchiuderò con questi prin cipii: 1° Iddio non interviene così facilmente, e così materialmente, come grossamente pensano alcuni , nelle cose nostre; la pre- senza divina è testificata dall'adempimento delle leggi naturali, le quali, governando ogni cosa, reggono anche il pensiero umano e la sua espressione, ossia la favella in ge- nerale. 2° Questa pertanto nel suo nascere e svilupparsi non può non obbedire alle leggi generali dell' universal natura. 3° Né ciò implica alcun fatalismo nel senso stretto 13 — 194 — di questa parola , ossia d' una forza cieca- mente operatrice, a noi ignota, rigidamente inflessibile, indipendente da ogni ragione e talora contraria ad essa, quando il fatto per volere del destino hassi a compiere ; ma ciò indica ordine severo, costante, immutabile, assoluto ed eterno nell' essenza sua , come la virtù nell'ordine morale e l'idea nell'or- dine logico. 4° Le leggi di tale svolgimento costituiscono la filologia, che è scienza po- sitiva e rigorosa al pari delle altre ; quali vantaggi possa arrecare , il dimostrai più cogli esempi, che non col ragionamento. 195 — APPENDICE La quistione del digamma eolico è strettamente unita colle altre, che si fanno intorno al testo di Omero. Uno dei critici, che per ciò fé' grande rumore, si è il Wolf lodatissimo nella prefazione latina, che precede l'edizione Bodoniana della Iliade , nota pure per l'epigramma del Foscolo , che chiamava quello un lavoro eterno, cioè in- terminabile. Si sa, che la ragione, per cui s'inserì nel testo Omerico questa lettera, è metrica, ossia la necessità di aggiustare il verso. Anche qui noi abbiamo i soliti critici dozzinali, i quali spie- gano tutto col nome di licenza poetica , siccome fanno i grammatici della vecchia scuola per mezzo dei loro termini d'irregolarità, anomalia, eteroclisia ecc. Quanto più progredisce la ricerca (V. Curtius Erlàiiterung § 62) , tanto più si vede chiaramente, che questo dialetto (l'Omerico) prò- — 196 — viene dalla forma assunta presso i cantori ( Ra- psodi ) , i quali conservarono una quantità di forme antichissime e molti suoni, già vicini a scomparire ; ma nel tempo stesso si servirono di molte maniere vive ; quindi varietà di colori , ricchezza di forme ecc. Quando si formò questo dialetto delle scuole dei Rapsodi , mi si passi la espressione, molte cose apparivano come licenze ed erano invece veri avanzi di forme antiche. A poco a poco si scopersero licenze anche nelle forme non antiche , onde Omero si parve il più licenzioso di tutti quanti i poeti (Peyron Tucid. App. XII, 16). Ma se nell'Iliade si restituisce quel digamma , a cui i grammatici pili non badando o proclamarono licenze od inventarono emenda- zioni inopportune , allora Omero riacquisterà una parte della regolarità perduta. Si tratta per- tanto di rimettere al suo posto questa magica lettera e ricondurre il testo alla forma antica ricevuta dai Rapsodi , i quali scambiando il dia- letto Omerico con quel nuovo Jonico , che sor- gendo si educava , dovettero incontrare gravi difficoltà per parte del metro. Di qui trae il Peyron il principio , che ne guiderà a trovare l'antica forma : quando la nuova forma jonica distruggeva affatto il metro, i Rapsodi rispetta- rono l'antica lasciandovela ; che se la jonica pro- duceva soltanto una sconvenienza nella prosodia da potersi scusare con mezzi termini anche meschini, vi introdussero la jonica, cacciandone — 197 — F antica Omerica. Vi sono adunque in questo poema, oltre la varietà del colorito e la ricchezza di forme, anche certi modi, che paiono mal con- sentire alle regole , ma non sono ad esse con- trarie ; perchè la grammatica si fece dopo gli scritti e coll'esame degli scritti , come i precetti di rettorica si diedero dopo composte le orazioni e sul modello loro, come ogni altra arte sempre tenne dietro ai grandi esemplari ; il poeta , l'ora- tore , l'artista segue la natura e quel tipo ideale, che risplende al suo intelletto , e , tutfal più , qualcuno de' migliori esempi preesistenti. Chi compone l'arte {tedine), viene appresso; per quanto generali siano i suoi precetti , non potrà certo comprendere tutti i fenomeni, che presenta un'opera qualsiasi; ciò non ostante i precetti sono utili. Ma a questi uomini , diligenti e acuti osservatori , succedono poi , come avviene in altre cose , anzi in tutte cose umane , i pedanti , che stanno solo ai precetti e credono tutta la lingua compresa nella grammatica,, tutta l'elo- quenza nella rettorica, tutta la poesia nella poe- tica ecc. e fanno dell'autorità di quei primi rac- coglitori di precetti una legge inviolabile , pon- gonla al luogo della ragione; quindi le dispute. È noto, che il Tasso, il padre di Torquato , dopo d'aver composto il suo poema sui precetti aristo- telici, ha dovuto poi rifarlo per non costringere al sonno forzato i lettori ; è pur noto , a propo- sito di questi commentatori sofìstici delle varie — 198 — arti , quello, che scrive il Manzoni nella lettera sulle tre unità al signor Ghauvet e nel discorso sul romanzo storico. Riconduciamo pertanto ogni regola al principio antico , seguito da tutti i grandi autori ed artisti , quello della natura ; stiamo all'altro principio identico , appartenente all'ordine delle idee, sempre vero, perchè eterno, il principio della ragione. A questi modi, che paiono uscire dalle regole, alludeva il Curtius nel luogo citato dicendo, che si osservava nell'Iliade quell'oscillazione di re- gole , che difficilmente si rinverrebbe in una lingua effettivamente parlata, ma che ai Rapsodi offriva i più grandi vantaggi per la struttura del verso. Esorto il lettore a leggere l'Appendice del Peyron intera, di cui il Petrettinidi Padova, giusto ammiratore del nostro Piemontese , fece un in- dice analitico (Prose di Giovanni Petrettini. Ediz. del Silvestri, 1840; pag. 92-98), e a leggere la citata prefazione all'Iliade Bodoniana e il discorso del Foscolo sul digamma eolico, e sopratutto i lavori di Hoffmann ed Ahrens sulle questioni Ome- riche e sui dialetti, eolico e dorico; e noto qui solo le parole scaios , leios, laios, louo, neos, aion (coll'o mega), cleis (coirla, la qual lettera cam- biasi facilmente in alpha, Matth. 1, 22, e in epsilon; infatti gli Attici in questo stesso vocabolo usano Ve psilon, come pure in luogo di legein, gli Eoli, i Dori usano legen, col secondo età, Matthiae I, §23). Le quali parole greche riferite dal Peyron — 199 — insieme con altre già recate nel Saggio, si fanno latine colla semplice epentesi del v ; scai-v-os [scaevusj, lei-v-os ( lette- J, lai-v-os flaevus), louo {lavo e Ino, abluo ; qui non occorre neppure l'e- pentesi), ne-v-os (novus, scambio de\Y e psilon m o micron facilissimo), ai-v-on (aevum) , eie, o, ciò che torna lo stesso , cla-v-is (clavis). Ne voglio qui affermare , se codesta inserzione debbasi alla caduta del digamma, o all'allungamento della vocal radicale , che i grammatici indiani dicono guna e ivriddhi (Hejse, Sistema, § 143 ) ; in al- cuni vocaboli non si può negare l'esistenza del digamma , e si possono facilmente distinguere ; in altri appare manifesto il detto allungamento. Ho nel Saggio cercato di far vedere quale sia stato naturalmente dapprima il suono del digamma , desumendo dal nome stesso ( doppio*- gamma) la qualità del suono ; sarebbesi adunque pronunziato a principio il digamma quale gh ov- vero gii, se le prove date sono logiche, giuste, convincenti. Di questo suono è facile il passaggio negli affini h, u, v , b, w , f, ecc. ; ridotto all'u , alla semplice aspirata h , s J intende facilmente , come siasi attenuato al punto da scomparire affatto. Gita il Foscolo l'autorità di Alceo, che deve avere scritto del pari rhecsiseFrhecsis (fissio, fissura , diruptio , ecc. astratto di rheg-ny-mi , frango, rumpo, di cui già parlammo); ma il traduttore di quel discorso scritto nell'inglese , il signor Pietro Giuseppe Maggi, avverte in nota, -^200-^- che il poeta filologo dimenticossi della testimo- nianza di Apollonio Discolo , secondo il quale ( Trattato intorno al pronome ) Alceo avrebbe scritto Fethen per hethen ( Yh iniziale tien luogo dello spirito aspro ) ; il Peyron recando il fram- mento d'Alceo citato da Apollonio Discolo aper gethen (leggi il gamma gh , e non gè come vor- rebbe taluno) , dice che vuoisi emendare in Fé- then col digamma (V. Matthiae § 145 , pag. 232, Voi. I). Ora , posto che sia un vero errore, come questo scambio del digamma nel semplice gamma può essere avvenuto, se non per una somiglianza non solo di figura, ma anche di suono? E ciò non basta. Il Foscolo nei frammenti d'Alceo reca ancora l'esempio di Fergon col digamma ; ora il composto eu-erg-esia , cambiando Y alpha finale in età pel dialetto jonico, trovasi scritto al dativo eu-gerg-esie {età colf iota sottoscritto), col gamma cioè dinanzi ad erg invece del digamma ; per in- finito del verbo eidenai, onde oida, io so, Esichio ci pone gisamenai, Y Ahrens gisamen , col gamma innanzi alla radice id, convertita in is. (V. Curtius Studien zur griechischen und lateinischen gram- matik , I Voi. , pag. 146 , 241 ). Abbiam veduto in vocaboli italiani nascere il v ed il g tra due vocali , e lo scambio tra queste due lettere in varie lingue ; lo stesso avviene in alcuni dia- letti , e paura dicesi al mio paese natale , in Mortara, dal popolo pagùra (co\Yù lombardo) , uva passa in iiga, e il g si conserva nei derivati ; — 201 — dinanzi all'o di otto si mette alla lombarda un v e si dice tot ; il guardare passa in vardà, impe- rativo mrda , e si usa anche guarda e guarda , ecc. Ma come si può altrimenti spiegare il Gua- gnelo per Vangelo, che con metatesi dell' n e col passaggio del v in gu ? Onde l'espressione alle guagnele, che pur si legge nella Mandragora del Machiavelli , risponde all' affermazione di giura- mento : pei Vangeli , pei santi Vangeli ; latino plurale neutro è evangelia , onde in Ciullo d'Al- camo si legge : Se all' Emngelie furimi (Nannucci, Manuale I, pag. 12, 14). Che diremo dell' uguanno, uguannòtto 1 E il Nannucci (II, pag. 84) fa deri- vare dal latino hoc anno Yuguanno , in proven- zale uguan , ogan , oguan e ongan ; in og-an si vede chiara la derivazione dall' ablativo latino hoc anno, in ong-an dall'acc. hunc annum. Il Fanfani cita ancora , in luogo di uguanno , la forma derivata dall'accusat. unguanno ; e si noti pure come il g produca Yu. Diminutivo d'uguanno è uguannòtto e significa pesce piccolo, nato del- l'anno, che da chi parla dicesi pesce di quest'anno e significa pure uomo inesperto ; ora invece di uguannòtto si usa pure avannòtto , dove il gu è rappresentato dal v soltanto. Pare adunque molto probabile, se non certa affatto, la mia tesi con- fermata da esempi d'ogni lingua e dialetto. Inol- tre comunemente diciamo Aragona ; ma in Gia- cotto Malispini (Nannucci II, 40) leggiamo Raona, scomparendo coll'a iniziale anche il g di mezzo, — 202 — come scomparisce il v in Proenza {Jm)\ è noto il francese rue, strada ( dal greco Theo, corro ), e il nostro buon Fra Guitton d'Arezzo ha rughe belle per belle strade , e il Nannucci ne cita anche il rouga dei greci moderni (II, 138; scrissi il rho senz' h dopo e perchè parola moderna e perchè si veda meglio tra le due forme la grande somiglianza). Vedemmo la facilità grande dei passaggi reci- proci tra il v, il b, T f il g, ecc. ; dissi nel Saggio ju-bar corrispondere a luci-fer\ la prima parte fu abbastanza provata, e quanto al bar , che esiste ancora nelle desinenze di aggettivi tedeschi, dice l'Heyse [Sistema § 181), che è radice del verbo baren , portare , ora non piti usato ; lo stesso hanno i grammatici tedeschi. E la nostra bara non è il feretrum latino? È noto che la forma- zione trum, greco tron, indica lo strumento: aratram ed arotron , claustrum, [claud-trum), rostram; feretrum quindi, e in greco pheretron , significante anche lectica ( Schultz , Tratt. della formaz. § 3, 7; Curtius, Grammat. § 344 D. ). Ma quale somiglianza passa tra il greco leipo e il latino linquol L'aor. cosi detto 2° di leip-o, e- lip-on, tema lip, che è ristessa radice del verbo, è più simile al perfetto lat. liqui, che non il pre- sente d'entrambi. Nel tema del presente greco leip avvenne quell'allungamento della vocale ra- dicale, che chiamato guna oppure wriddhi, se- condo i casi, dai grammatici sanscriti , il Curtius — 203 — dice zulaut, accrescimento diioce (V. Curtius, Er- làuterung § 40, 248; Gramm. §;40, 248, 254, 256). Nel presente latino invece trovasi la vocal radicale rinforzata per unm, perchè davanti gutturale; se vi fosse una labiale, vi sarebbe un mi ; abbiamo infatti in greco l'allungato li-m-p-an-o e kata-li- m-p-an-o invece di leip-o e kata-leip-o; abbiamo adunque nel tema del pres. greco e lat. il rinfor- zamento della radice avvenuto in diverso modo ( Heyse , op. cit. § 165 et alibi ). Resta a vedere solo il passaggio della lettera p in q. Primiera- mente fa d'uopo osservare l'analogia tra il kappa o il nostro C duro colla lettera Q. Cotidie , cos per quotidie, quos fin da tempi antichi , e invece di quoi si scrisse poi cui (Quint. Inst. Orat. 1,4,9 e 10; 7, 6 e 27). Da ciò si vede, come il quis, quicumque, excutio, excussus , ecc. siano passati in chi, chiunque, scuoto, scosso, ecc. come cer- care derivi da qucericare, (quceritare) qacercare; come fìede e fere, ferire e fedire ecc. così dicesi da qucero, chiedo e chiede, ecc. Ciò posto è facile vedere il passaggio del p in kappa in greco e da noi ; quindi kote, kos (coll'o mega), ko-ios, okosoi, ecc. invece di potè, pos, ( coll'o mega), poios, ecc. (Mathiae I, § 30, pag. 63); e come chiano, chiù, cosi chiaci per piaci leggesi in Ciullo d'Alcano (Nannucci I, 8). Dunque leip-o, rad. Zip corri- sponde pienamente &linqu-o, tiqu, onde reliquus. Di quiintendesi facilmente la perfetta corrispon- denza tra il neip , il nep, neique, in uso presso — 204 — gliUmbrieiSanniti, eiìneque ; trailpa, pron. rela- tivo presso gli Umbri, e il quam; tra il pis e il quis presso i Volsci Sanniti, Osci, Umbri ; tra il pò, umbro e il qua, coll'antica ortografìa suepo suepu invece di si qua ( V. Glossarium italicum A. Fabretti). Da ciò vedesi ancora, come il pente greco, presso gli Eoli pempe ( Matthiae I, §37, pag. 70), onde peìnptos, quinto, sia analogo, mu- tato Ve in i, al lat. quinque; il Muratori cita an- che, parmì^kinke e in un'iscrizione latina perfino il nostro cinque] vedesi, come il greco lukos ri- sponda al latino lupus e ai nomi, che ha questa bestia ne' varii dialetti dell' Italia settentrionale; e questo per ora basti. E facciamo noi in modo, che avendo avuto da natura ingegno artistico , per cui la lingua Tulliana rivive nella bocca dei nostri latinisti , tra i quali piacenti nominare il Prof. Ferrucci, pur nonisfuggiamo la fatica della analisi, che ci guida allo studio profondo dei classici, onde vengono due discipline nobilissime, la critica e la filologia; in esse regnavamo un dì col Valla e col Poliziano, e negli ultimi tempi si acquistò gran fama il Leopardi: e lo studio dei classici deve esser fatto da noi seriamente, come si deve fare, perchè essi son nostri. FINE. Deacidified using the Bookkeeper process. Neutralizing agent: Magnesium Oxide Treatment Date: June 2006 PreservationTechnoiogies A WORLD LEADER IN PAPER PRESERVATICI 1 1 1 Thomson Park Drive Cranberry Township, PA 16066 (724) 779-21 1 1 LIBRARY OF CONGRESS 003 039 023 4